Ars excavandi, le radici della conoscenza

Aperta la prima grande mostra: in una caverna la storia dell’uomo e di Matera
MATERA. Una caverna con il pavimento solcato dalle radici della conoscenza, alla scoperta della storia dell'uomo e di Matera, capitale della civiltà rupestre, illustrata lungo pareti illuminate con video e immagini digitali, pannelli interattivi per ascoltare suoni primordiali o vedere i segni di civiltà antiche.
È il percorso ideato con la mostra Ars Excavandi allestita a Matera nel Museo archeologico Domenico Ridola e negli ipogei di Palazzo Lanfranchi, curata dall'architetto Pietro Laureano, autore del dossier di candidatura che nel 1993 consentì l’iscrizione dei rioni Sassi e dell’habitat rupestre nel patrimonio dell'Unesco. Un altro elemento di novità significativo è la riapertura degli ipogei. «Ars Excavandi», ha detto Laureano, «è l'arte dello scavo dalla preistoria, la lettura dell'incisione di chi ha messo un nome sulla parete, disegnato un animale o il Big Ben cosmico. Scavare nella roccia è come scavare nella conoscenza ed è quello che ho fatto. Nella mostra abbiamo il racconto sulla percezione. Abbiamo messo la Caverna, la caverna del mito di Platone. Siamo ombra, apparenza di quello che c’è dietro, che dobbiamo capire. Forse tutto l’Universo è un ologramma. È fatta tutta di proiezioni che arrivano da fuori e creano questo mondo fittizio». Il percorso avviene attraverso 5 tappe «caratterizzate dagli elementi aria, fuoco, eros, acqua e terra, marcati dai colori giallo, rosso, ultravioletto, blu e verde e da una serie di suoni e profumi». I visitatori potranno osservare «una ricostruzione dell'altopiano murgico e dei Sassi di Matera come descritti nel XVI secolo». Luci e proiezioni permetteranno di guardare Matera ai raggi X, «mostrando parte dei 20 mila metri quadri di architetture ipogee nascoste sotto la città». Tra le attrazioni che stimolano l'interesse del visitatore, c’è un olobox, una macchina oleografica «dove presentiamo qualcuno dei più bei reperti del Ridola: si tratta», ha spiegato Laureano, «di una selce paleolitica di 15 mila anni avanti Cristo, del gravettiano, già incisa, già una forma d’arte e alcune delle ceramiche di Serra d’Alto: un’ansa e una figura quasi aniconica, il viso che quasi non c’è ma che con pochi tratti ha una espressione straordinaria».

