Augusto L'imperatore che riscrisse il tempo e la città

17 Dicembre 2014

ROMA. Questa volta non è il suo gusto per l'arte, la scaltrezza nei linguaggi, nè il suo amore per la natura o la cultura. Questa volta è l'Augusto politico a debuttare in “Rivoluzione Augusto. L'im...

ROMA. Questa volta non è il suo gusto per l'arte, la scaltrezza nei linguaggi, nè il suo amore per la natura o la cultura.

Questa volta è l'Augusto politico a debuttare in “Rivoluzione Augusto. L'imperatore che riscrisse il tempo e la città”, mostra che, al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo fino al 2 giugno, chiude idealmente la galleria di omaggi che Roma ha dedicato al bimillenario della morte del suo più celebre imperatore, dopo la riapertura della Basilica Giulia, delle Domus al Palatino e della Villa di Livia a Prima Porta (di cui Palazzo Massimo conserva già gli affreschi del ninfeo sotterraneo). «È una mostra sul Tempo che Augusto riesce a imprimere alla città», spiega la soprintendente Mariarosaria Barbera. Al centro del racconto, infatti, c'è quel suo calendario che mutò la scansione dei giorni dei cittadini, diventando insieme strumento di propaganda della figura del princeps. «In qualità di pontefice massimo», prosegue la Barbera, «l'imperatore riprese alcune novità introdotte dal calendario di Cesare del 46 a.C. e s'impadronì del tempo, per creare un legame indissolubile tra le feste pubbliche dell'impero che andava fondando e le feste private della famiglia imperiale».

La prima rivoluzione fu l'introduzione nei Fasti delle celebrazioni in onore del principe e della domus Augusta (mentre fino a quel momento si riportavano esclusivamente feste legate alle divinità), cui seguì però anche una riorganizzazione della città, che Augusto divise in 14 regiones, all'interno delle quali 265 vici gestivano il nuovo culto dei Lares Augusti (protettori della casa dell'imperatore). E proprio dalle lastre dei Fasti Antiates e dai Fasti Praenestini, i calendari che segnavano il tempo prima e dopo la riforma di Giulio Cesare, inizia il racconto della mostra, curata dal direttore del Museo Rita Paris con Silvia Bruni e Miria Roghi e che raccoglie prestiti anche dai più importanti musei d'Italia. Sotto l'ala della grande statua di Augusto pontefice, con il capo velato, ecco il 13 gennaio, in ricordo del giorno in cui Ottaviano ricevette l'onorificenza della corona civica, e poi il 16 gennaio, quando fu suo l'appellativo di Augusto. E ancora il 30 gennaio, per la dedica all'Ara Pacis Augusta in Campo Marzio; il 28 aprile, in ricordo di quando dedicò a Vesta un altare nella sua casa. E poi i Fasti Amiternini, che riguardano i mesi non compresi nei primi, e i Fasti Albenses, scoperti nel 2011 nell'ex convento di San Pietro ad Alba Fucens, vicino L'Aquila, e qui esposti per la prima volta. «In ogni pezzo», spiega la Paris, «si può comprendere molto della singolare ascesa di Augusto che, una volta ucciso Cesare, si ritrova erede di un ruolo che riesce a gestire con poteri consolidati del Senato e anche con forme di atroce violenza».