Barone: non si scrive per diventare famosi

4 Aprile 2024

L’autore pescarese in concorso con “L’ebrezza di essere”: è l’espressione dell’incontro eccitante tra me stesso e la realtà

PESCARA . «Non si scrive, non si fa arte per diventare famosi. Si fa arte perché senti che quello è il tuo compito». Fabio Barone (Pescara, 1993) si dice «contento della prima affermazione del suo ultimo libro, “L’ebrezza di essere” (Pequod), uscito in gennaio e selezionato per la seconda edizione del Premio Strega Poesia 2024 tra tutti gli altri titoli in catalogo della Italic Pequod (ogni editore può selezionare un solo titolo dal proprio catalogo) e aggiunge: «è una bella emozione». Giornalista e scrittore, Barone è uno dei tre abruzzesi (vedi articoli in questa pagina) in concorso.
Barone, che libro è “L’ebrezza di essere”?
È l’espressione più sincera dell’incontro eccitante tra me stesso e la realtà, le domande che mi pongo e le risposte che ottengo circa il mio destino. La vita che accade giorno per giorno si riverbera nei versi come una luce. L’ho scritto nell’arco di 4 anni, appena terminato “Il giuramento sulla città” (Premio Camaiore Opera prima 2022, ndr).
La poesia è nelle sue corde da quando?
È più una vocazione, è qualcosa di travolgente che non scegli di intraprendere ma scegli di assecondare. L’ho capito quando ho incontrato, leggendoli, poeti come Davide Rondoni, il nostro conterraneo Giuseppe Rosato, o la stessa Federica D’Amato. Ho intuito quale doveva essere la mia strada, il verso è come un fiume che mi trasporta, dove non so.
Che tipo di versi scrive?
Tendenzialmente endecasillabi, anche quella è una scelta non compiuta razionalmente, piuttosto un’impronta del respiro, un’espressione che mi chiede di essere restituita in quella forma. In questo ultimo mio libro si tratta di endecasillabi nella quasi totalità.
Prima invece?
Ho alternato versi liberi a endecasillabi, la gabbia metrica data esprime il sentimento del tempo vissuto nel periodo della scrittura.
Oltre al Flaiano Poesia, lei dirige la collana di poesia L’Angiolo per conto della casa editrice Ianieri. La poesia è in rimonta e gode di buona salute?
Come per il vino c’è sovrapproduzione, si producono etichette di eccellenza e molte altre più commerciali. Grazie alla nascita di diverse case editrici piccole medie e indipendenti dedicate esclusivamente alla poesia è molto più facile pubblicare, ma questo non è sintomo di buona salute della poesia. Ho voluto, insieme a Carla Tiboni, dar vita al Premio Flaiano Poesia proprio per fare di Pescara un osservatorio del “buon vino” che viene prodotto, ovvero pubblicato, in Italia. Più le pubblicazioni sono inflazionate e più c’è necessità di filtrare con occhi critici, come quelli di una giuria ultraqualificata a riconoscere la buona poesia dalla poesia di maniera, amatoriale, come d’altronde accade in altri campi.
Quali sono i motivi?
Immagino la vanità di apparire. Come per le altre arti, la pittura, il cinema, la musica, la poesia ha in sé una forte propensione vocazionale, senza di questa si alimenta solo il proprio ego. La vocazione invece sottintende un sacrificio senza la previsione di un qualche risultato concreto, non si scrive, non si fa arte per diventare famosi. Si fa arte perché senti che quello è il tuo compito. Quella è la differenza tra chi produce senza aspettativa di una presunta fama e chi fa arte della domenica.
Come concilia il lavoro di giornalista con la scrittura poetica?
Sono due livelli differenti di attenzione al reale. Il mio lavoro giornalistico richiede un linguaggio più immediato, più accessibile a tutti, ma molto frettoloso. La poesia ha bisogno di un’espressione più profonda, elaborata, soprattutto di un tempo che non può essere stabilito dall’esterno. Nessuno può dirmi “scrivi una poesia per domani”, così a comando, perché non decido io quando mettermi a scrivere. Ci vuole una scintilla, qualcosa che arrivi da un atto di libertà totale.