Belardelli: la democrazia ai tempi dei Big Data

Intervista al politologo che oggi sarà ospite della Fondazione Russi al museo Colonna di Pescara
PESCARA. Da un lato una sorta di età dell'oro della democrazia rappresentativa, in cui l'elettore era consapevole del voto, dall'altra, quella di oggi, la democrazia al tempo dei social network, svuotata di ogni riflessione culturale e politica? Non è così per uno dei più autorevoli studiosi del pensiero politico, Giovanni Belardelli, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all'università di Perugia, il quale, oggi, in occasione di un incontro organizzato dalla Fondazione Russi - a sette anni di distanza dalla morte dell'ex rettore dell'università di Teramo, Luciano Russi - a Pescara interverrà sul tema della crisi dei partiti politici. Un appuntamento coordinato da Giorgio Zanchini, quello delle ore 18 al museo Colonna di Pescara, intitolato “La democrazia mutante. Rappresentanza e forma partito al tempo dei Big Data”, il terzo del ciclo di dibattiti “La stagione delle idee”, al quale parteciperà anche l'ex ministro Fabrizio Barca.
Professor Belardelli, ormai sono almeno un paio di decenni che si parla della crisi dei partiti. Ma anche della crisi del sistema partitico. Ora a che punto siamo?
La crisi dei partiti esiste. Ma non è solo un problema italiano. È vero che da un lato da noi abbiamo l'anomalia Berlusconi, ma è altrettanto vero che ora negli Stati Uniti c'è Trump.
Cosa vuol dire, che ormai il "teatrino" della politica ha raggiunto livelli planetari?
Attenzione, non sto dicendo che i leader politici solo ora siano diventati degli attori. In un certo qual modo, anzi, sostengo che non possano non essere anche degli attori. E in proposito aggiungo che questo fenomeno fa parte della storia, poiché l'uomo politico deve essere anche attore.
La democrazia è ancora in forze?
Quello che si sta realizzando è la fine della democrazia dei partiti, il che non significa che sia la fine della democrazia. Tutt'altro. Si guardi alle recenti elezioni austriache, dove sono stati gli elettori a decidere le sorti per l'elezione del presidente, e si guardi agli Stati Uniti, dove saranno anche lì, gli elettori, a decidere se dovrà essere Trump o no ad essere il futuro presidente.
E dunque, che tipo di democrazia ci attende?
Le dico questo: Bernard Manin, in un suo libro, ha parlato di democrazia del pubblico. Quindi possiamo dire di essere partiti da una dimensione in cui si aveva la democrazia dei notabili, la quale, trasformatasi in una democrazia in cui erano i partiti a nominare, ora è divenuta una democrazia del pubblico. Una democrazia, in cui il leader, anche attraverso i mass media, stabilisce un contatto diretto col suo "pubblico", l'elettorato.
Un elettorato "imbonito", professore?
Un elettorato in cui ciascuno legge tre quotidiani al giorno per farsi un'opinione, non è mai esisto.
Vito de Luca
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