Benedetta Spalletti: «I miei primi 40 anni e l’arte»

La gallerista si racconta: «Lavorare nell'arte è una professione e una maniera di vivere. La mia Pescara
è il luogo dell’accoglienza»
Di quella crescente somiglianza alle donne-Madonne dipinte da Piero della Francesca se n'è accorto da tempo un maestro dell'immagine, Mimmo Jodice, da sempre intrigato dal fascino del mondo antico. Il raffinato fotografo napoletano glielo ha sussurrato all'orecchio in un misto di giocosa ammirazione, a fine serata, il 2 aprile scorso, alla vernice della sua nuova serie “Attese” in anteprima a Pescara, da Vistamare, mostra che giunge ora a compimento in una grande retrospettiva. L’apertura è in programma giovedì prossimo, al Museo Madre di Napoli. Benedetta Spalletti ovviamente ci sarà. E con lei Valeria Fumo, suo braccio destro da sempre nella conduzione della galleria Vistamare e con loro alcuni dei più affezionati collezionisti, pescaresi e non. In effetti, Benedetta Spalletti è un po' speciale e il paragone con le donne-madonne di Piero, eteree e irraggiungibili, ma anche intriganti e terrene, ci sta tutto. Eccola, nella foto, perfettamente in bilico, con spavalda sicurezza, tra il rosa tenue ma carnale e l'azzurro celestiale, atmosferico, immersivo. Due opere dello zio Ettore (Spalletti) esposte, in marzo, durante Armory, la fiera di New York. Stati Uniti, Nord Europa, Hong Kong (progetti per l'anno a venire). Benedetta è sempre in viaggio tra le capitali dell'arte e in viaggio con lei c'è ovviamente la sua galleria a Pescara Vecchia, Vistamare, impegnativa eredità consegnatale dai genitori, Vittoriano Spalletti e Federica Coen.
Quindici anni di Vistamare e (a fine luglio) i primi quarant'anni di Benedetta. Un compleanno importante. Benedetta Spalletti, come festeggerà?
«Partirò con le mie figlie, Anna e Federica, dieci e sette anni. Festeggerò in assoluta tranquillità, scappo per un po' con loro e mi fa piacere. Un periodo di tempo ti lascia di più di un giorno. No, non andremo lontano. Quando non lavoro scelgo tra i tanti bellissimi posti in Italia».
Come concilia i suoi impegni internazionali con le esigenze delle bambine?
«Ho tante persone che mi aiutano a crescerle, ma difendo molto il mio ruolo di mamma. Anna e Federica mi insegnano tanto, sono la mia famiglia e ne sono orgogliosa. Quando sono in città le accompagno a scuola e vado a riprenderle, pranzo con loro e la sera mi piace trascorrerla insieme. Mi piace il loro modo disincantato di guardare le cose, mi insegnano tanto. Il tempo con loro non è mai un sacrificio, penso sempre che un giorno rimpiangerò non aver passato abbastanza tempo con loro. E' stato così anche per i miei genitori che oggi non ci sono più: hanno lavorato tanto ma mi hanno anche lasciato molto».
Cosa significano per lei questi primi quarant'anni?
«E' l'occasione per guardarsi indietro e vedere ciò che sei riuscito a costruire nel tempo. Sono orgogliosa della galleria, della grande credibilità di cui gode a livello internazionale. Ma so di avere ancora tanto da fare. I primi anni sono stati di rodaggio, raccoglievo il testimone. Poi sono arrivati anni pieni, intensi di incontri, relazioni, risultati. Che ho raggiunto insieme al mio team affiatato, coinvolto al punto da sentirsi appartenere alla realtà di Vistamare. Voglio nominare tutti i miei collaboratori: Valeria, Nicla, Arianna, Sara, Luigi, Massimiliano e Claudia. E le persone più importanti che non mi hanno lasciata mai, i miei genitori e mio zio Ettore. Devo a loro l'amore e il coraggio di fare quello che ho fatto».
Com'è il rapporto con lo zio Ettore?
«Con lui vivo sempre un doppio rapporto. E' una persona cara sotto il profilo affettivo ed è un artista che rispetto, con cui cerco di lavorare al meglio. In questi anni mi è accaduto spesso di sovrapporre le due figure, non è mai facile delimitare gli ambiti. Lavoro e vita si intrecciano. Lavorare nell'arte è una professione e al tempo stesso una maniera di vivere, lavorare e vivere sono la stessa cosa. E ti dà l'opportunità di incontrare persone speciali».
Persone quanto diverse dal comune?
«Per me è una condivisione di interessi, una maniera di vivere e guardare il mondo che condivido. Quegli occhi e quella sensibilità con cui guardi l'opera d'arte sono gli stessi che usi quando ti muovi nel mondo. Perciò si dice che l'arte è un mondo un po' chiuso in sé. A capo della piramide c'è la stessa cosa per tutti, ma non è per escludere gli altri. E' un interesse che va oltre l'età e le appartenenze geografiche».
Anche le diversità culturali?
«Non mi piace la parola “culturale”, vuol dire tutto e niente. Chi vive nell'arte applica quel grado di estetica a tutto quanto lo circonda. Spesso gli artisti guardando il mio viso hanno ricordato un profilo che viene dal passato. E' una maniera di proporsi, in un modo che ci assomiglia».
Lei si riconosce davvero nei ritratti di Piero della Francesca?
«Vedi il tuo viso, il tuo corpo che cambia negli anni. Ogni segno, ruga, trasformazione, racconta questi quarant'anni. Perciò non penserei mai di cambiare come sono. Accetto il mio presente, si perdono delle cose e se ne acquistano altre. Ed giusto che sia così, va accettato e apprezzato. Io mi auguro di rappresentare anche i miei desideri e il mio modo di essere, dare messaggi che mi rappresentino. Col corpo comunichiamo quello che vogliamo , non a caso esiste la body art».
A quale artista si sente più legata?
«Direi Joseph Kosuth (New York, 1945, uno dei pionieri dell'arte concettuale e installativa, ndc), che mi è vicino da anni. Mi ha insegnato moltissimo, ha creduto in me quando la galleria era agli inizi, e anch'io lo ero. Mi ha trasmesso fiducia, generosità, entusiasmo. In ottobre gli dedicherò una personale. Nell'arte esiste una forza che non è data solo dal potere ma da ciò che intravedi che una persona potrà essere. E' un rapporto speciale, di lavoro e di vita, difficile stabilirne i confini. E' la più grande magia che questo mondo ti dà ventiquattr'ore al giorno».
E Pescara, la sua città natale, che posto ha?
«Mi è sempre molto caro tornarci. E' un nido che ti accoglie a differenza di realtà spesso spaesanti e frenetiche. Penso che non riuscirò mai a essere stanziale in alcun luogo, una caratteristica che accomuna chi appartiene al mondo dell'arte, siamo tutti nomadi. Ma Pescara è un luogo dell'accoglienza».
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