Calcio e guerra nell’Ultimo rigore di Faruk

Il giornalista Gigi Riva racconta in un libro il conflitto balcanico degli anni ’90 partendo da una partita
«Se i miei calciatori si fossero trovati al posto dei politici non ci sarebbe stato lo scempio a cui abbiamo assistito. La squadra era molto meglio del Paese».
A parlare è l’ultimo allenatore della Jugoslavia Ivica Osim. “l’Orso”, con il cruccio di un mondiale smarrito per colpa del destino e di un Paese dissolto nella violenza. Non è lui però, il protagonista del “L’ultimo rigore di Faruk” (Sellerio) una storia di calcio e guerra scritta da Gigi Riva, caporedattore centrale all’Espresso, che rimette in fila gli appunti del conflitto balcanico seguito negli anni Novanta. Un racconto che si snocciola con la matrice singolare del calcio, perché in Jugoslavia «tutto è politica, ogni club era politica, soprattutto la nazionale era politica». Un rigore parato che diventa destino di un popolo. Siamo a Firenze, nel giorno dei quarti di finale dei Mondiali del 1990. Di fronte ci sono Jugoslavia e Argentina e lo sfortunato eroe è Faruk Hadžibegic, capitano dell’ultima nazionale di un paese unito. L’ha rivista mille volte quella parata di Goicoechea nell’angolino basso, un rigore che si è fatto maledizione. L’epilogo raccontato dall’autore lo descrive oggi alle frontiere di un Paese diviso passato per una delle guerre più crudeli della storia contemporanea. Tutti gli agenti riconoscono il capitano e tutte le volte quel passaporto è riconsegnato con la solita frase amara: «Se avesse segnato quel rigore…». Oggi Hadžibegic è ancora innamorato del calcio, non di certo innocente, né sull’erba degli stadi, né fuori con troppe invasioni di campo: del business, della corruzione, della politica. Negli stadi della Jugoslavia politica e nazionalismo sono sempre entrati dalla porta principale. Partite-battaglie, come quella raccontata come la prova del conflitto, l’inizio di tutto, pochi mesi prima del mondiale italiano. E’ il 13 maggio 1990, a Zagabria Dinamo e Stella rossa scendono in campo e ci sono campioni dal nome noto a tutti gli italiani: Zvonimir Boban, Dragan Stojkovic, Dejan Savicevic, Darko Pancev. Un racconto che fa rivivere la tensione drammatica di una partita che non ci sarà mai con i disordini che cominciarono dall’annuncio delle formazioni. La capitale croata messa a ferro e fuoco dagli ultras di Belgrado, i “Delije” e il bilancio fu da brividi: 59 tifosi e 79 agenti feriti, distrutti 7 tram e centinaia di automobili, 132 arresti. «Zagabria è Serbia», l’urlo di Arkan, la tigre, il macellaio di Milosevic. La Jugoslavia iniziava la sua dissoluzione. Le curve degli stadi sono le prime a fiutare il vento del nazionalismo. Un germe nefasto che trova rifugio nei campi della Jugoslavia di ieri, delle Repubbliche di oggi e pure nei pensieri di un campione come Sinisa Mihajlovic che non ha mai negato la sua ammirazione e di aver rispettato Arkan. Politica e sport, dove politica significa consenso e lo sport ha incrociato i tornanti della storia, eventi andati oltre la semplicità di un gesto. L’autore li ricorda, li mette in fila e ci racconta che non sono casi del destino. (n.c.)
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