Caligari e Nosferatu tornano restaurati i gioielli del cinema

Hanno quasi un secolo di vita e ora tornano, restaurati, sul grande schermo due capolavori del cinema espressionista tedesco e del cinema mondiale, pietre fondative della settima arte: “Il gabinetto...
Hanno quasi un secolo di vita e ora tornano, restaurati, sul grande schermo due capolavori del cinema espressionista tedesco e del cinema mondiale, pietre fondative della settima arte: “Il gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene (Das Kabinett des Doktor Caligari, 1919) e “Nosferatu il vampiro” di Friedrich Wilhelm Murnau” (Nosferatu, Eine Symphonie des Grauens, 1922).
Le due pellicole sono state restaurate dal laboratorio L’Immagine Ritrovata, struttura altamente specializzata della Cineteca di Bologna, che ora distribuisce i due classici del muto nelle sale con il suo meritorio progetto “Il cinema ritrovato. Al cinema”: “Nosferatu” da oggi, “Caligari” da lunedì 15 febbraio. «Il restauro non rappresenta soltanto lo strumento più prezioso per conservare la visione dei film nel tempo, ma anche un modo per rilanciarli in un dialogo qualitativo con gli occhi del presente», spiegano dalla Cineteca «Un gioco di sponda che diventa vera e propria sfida culturale capace come poche altre cose di spostare i margini dei nostri sguardi». E con sguardo puro, spogliandosi di tutti i più mirabolanti effetti speciali visti al cinema negli ultimi decenni, lo spettatore dovrà avvicinarsi a “Caligari” e “Nosferatu”, archetipi di tutto il cinema gotico e horror a venire.
“Il gabinetto del dottor Caligari” di Robert Wiene, primo successo internazionale della cinematografia tedesca dopo la Grande Guerra, forse ispirato a un racconto di Hoffmann, era nell’intenzione degli autori (Wiene subentrò nella regia a Fritz Lang, che poi suggerì il finale) un’allegoria dell’autoritarismo prussiano. In seguito, illustri storici del cinema come Siegfried Kracauer hanno visto nella figura di Caligari una premonizione di Hitler. Il film si snoda a partire dal racconto del giovane Franz a un vecchio su una panchina: nel 1830 nella fiera di Holstenwall arriva uno strano dottore (Werner Krauss) identificatosi con un ipnotizzatore italiano del Settecento; Caligari, questo il suo nome, mostra alla folla un sonnambulo, Cesare (Conrad Veidt), a suo dire capace di predire il futuro. Dopo l’arrivo dei due in paese accadono misteriosi delitti e sparizioni. Il finale sorprendente e ambiguo fa pensare che tutto il racconto sia frutto di un’allucinazione di Franz. Lo scienziato folle, il mostro e la bella (Cesare rapisce Jane, la ragazza di Franz) l’opposizione sogno-realtà, il tema del doppio e altri assunti presenti nel film torneranno poi costantemente nel cinema.
Ma “Caligari” colpì (e colpisce) perché primo film intessuto dell’estetica espressionista, in cui si respira il clima d’angoscia della Germania dopo la sconfitta del ’18. Il contrasto violento e irreale di luci e ombre, la recitazione straniata, le scenografie squilibrate e asimmetriche che disegnano ambienti inventati e contrari a ogni regola prospettica: tutto l’apparato visivo cospira con la storia per creare inquietudine. Non meno inquietante, tre anni dopo, il “Nosferatu” di Murnau, altro caposaldo espressionista, film capostipite di tutto il cinema sui vampiri. In questa “sinfonia dell’orrore” (come recita il sottotitolo originale) liberamente ispirata al “Dracula” di Bram Stoker (1897), ideata e prodotta dallo studioso di occultismo Albin Grau, il conte Orlok/Nosferatu (interpretato da Max Schreck) incarna l’istinto di morte, il cupio dissolvi dell’uomo civilizzato. Egli è il non-morto, che diffonde la peste, che succhia il sangue dei giovani, semina desolazione e attenta all’equilibrio dell’universo, finché non sarà fermato dal sublime sacrificio di sé di una giovane donna. Girato in luoghi reali e ambientazioni naturali (laddove “Caligari” era tutto costruito in studio), “Nosferatu” non ha nulla di artificiale o decorativo, è un poema metafisico con molte sequenze impressionanti, in cui aleggia «una gelida corrente da giorno del giudizio», come scrisse nel ’24 il critico Béla Balázs. Nel 1978 Werner Herzog realizzò un filologico remake del “Nosferatu” di Murnau, con un formidabile Klaus Kinski e la musica dei Popol Vuh.
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