Cazzullo: la Ricostruzione di 70 anni fa esempio per l’oggi

12 Ottobre 2018

Il giornalista presenta il suo nuovo libro “Giuro che non avrò più fame” domenica a Pescara e L’Aquila: «L’Abruzzo è un modello per tutto il Paese»

«Avevamo 16 milioni di mine inesplose nei campi. Oggi abbiamo in tasca 65 milioni di telefonini, più di uno a testa, record mondiale. Solo un italiano su 50 possedeva un’automobile. Oggi sono 37 milioni, oltre uno su due. Eppure eravamo più felici di adesso». Le due Italia che Aldo Cazzullo racconta nel suo nuovo libro sono quella della ricostruzione, dopo la seconda guerra ma, come per contrasto anche quella di oggi. Il libro del giornalista del Corriere della Sera si intitola “Giuro che non avrò più fame-L’Italia della Ricostruzione” ed è pubblicato da Mondadori. L’autore, piemontese di Alba, 52 anni, lo presenterà, domenica prossima, a Pescara (alle 11 nella libreria Feltrinelli) e all’Aquila (alle 17.30 nella sede del Gssi, il Gran Sasso science institute, in via Jacobucci 2). In questa intervista al Centro, Cazzullo anticipa i temi del libro.
Che cosa è stata la ricostruzione nella Storia d’Italia?
E’ stato un periodo di cui possiamo essere orgogliosi. I nostri padri e nonni lavoravano come matti ma, quando tornavano a casa, non crollavano sul letto. Invece, facevano l’amore, facevano figli. E avevano voglia di ridere, divertirsi; sono gli anni, non a caso, della rivista, dell’avanspettacolo di Macario, della Osiris, di Walter Chiari. Ma questo non significa che quegli italiani fossero migliori di noi. Non credo che avessero un senso dello Stato, del bene comune. Erano individualisti e familisti come noi. Ma quell’individualismo si volgeva in voglia di ripartire mentre oggi degenera, a volte, nel narcisismo sterile della Rete.
In che cosa quegli italiani di 70 anni fa erano diversi da noi?
I nostri nonni avevano l’ossessione del cibo. Mi ricordo che mia nonna cucinava tutto il giorno. Avevano sofferto la fame e non volevano che i nipoti patissero la stessa sorte. I nostri genitori, invece, avevano l’ossessione dello studio, che doveva servire ai figli per farsi una posizione sociale migliore della loro. Oggi noi abbiamo un altro tipo di ossessione: vogliamo che i nostri figli siano felici. Ma così non li stiamo preparando alle difficoltà che troveranno nella vita.
In quegli anni, ci fu un’unità di popolo che permise una ricostruzione veloce, al di là delle divisioni politiche?
Secondo me, sì. L’Italia era un Paese ideologicamente molto diviso. Ci fu la grande battaglia ideologica del voto del 18 aprile del 1948; e ci fu una specie di guerra fredda interna, con la polizia che sparava sui cortei dei contadini e degli operai in sciopero. Fra il ’45 e il ’54 ci furono 72 morti per questi scontri, e 32 braccianti furono uccisi dalle milizie private ingaggiate dai latifondisti. Insomma, questo era un Paese molto più violento di quello attuale. Ma c’era forte energia che attraversava tutta la società che permise di ricostruire il Paese, anche se, a volte, si ricostruì male e in fretta. Era un Paese duro. Le donne, per esempio, venivano trattate malissimo. Quell’Italia non va idealizzata, sia chiaro, ma oggi andrebbe recuperata una parte di quella energia e fiducia. Gli abruzzesi, per esempio, sono un modello in questo.
In che senso?
Dopo il terremoto, gli aquilani, gli abruzzesi, hanno dato prova di essere capaci di una resistenza e di una ripartenza più forti della burocrazia e della lentezza italiane. Ho molta ammirazione per gli abruzzesi. L’Abruzzo è una metafora di come si possa ripartire, ricostruire.
Quali furono le virtù più forti mostrate in quegli anni e quali i difetti che riemergono costantemente nella nostra Storia?
Il vitalismo, sicuramente. Pensiamo all’Eni di Mattei oppure alla Olivetti che inventa il primo computer oppure a un altro abruzzese come Mattioli che dà all’Italia la prima banca moderna. Il difetto? Il fatto di farsi i fatti propri.
Cioé?
Nel senso che siamo incapaci di concepire che una persona faccia qualcosa nell’interesse di qualcuno che non sia lui stesso. Per questo, disprezziamo la politica e lo Stato, perché lo avvertiamo come qualcosa di altro rispetto a noi.
Se dovesse indicare un solo esempio di quegli anni da additare ai ragazzi di oggi come modello da seguire quale sarebbe?
Sceglierei le donne. Nel 1948 le donne iniziano una formidabile ascesa, rivendicano il diritto di votare, escono di casa. Se dovessi indicare una donna su tutte direi Lina Merlin che con la legge che porta il suo nome mise fuori legge le case chiuse. Il nostro debito verso le donne di quella generazione è immenso.
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