Colacioppo: racconto in bianco e nero le facce di Lanciano

Apre oggi “Ritratti di piazza” del pluripremiato fotografo: «Una biografia della città, ciò che siamo, siamo stati e saremo»
LANCIANO. Una città raccontata dai volti della gente che attraversa la piazza, luogo di passeggio e di passaggio, visi delle persone che diventano essi stessi “luoghi umani”. Oggi, al civico 48 di corso Trento e Trieste a Lanciano, il fotografo Roberto Colacioppo inaugura “Ritratti di piazza”, un progetto fotografico che è diventato una mostra che sarà aperta tutti i giorni, fino al 10 dicembre, dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 17 alle 20,30.
L’esposizione raccoglie circa 30 ritratti in bianco e nero realizzati in piazza del Plebiscito, luogo simbolo di Lanciano. «Ne è venuta fuori una biografia della città, una carta d’identità di ciò che siamo, siamo stati e saremo», spiega Colacioppo, fotografo che negli ultimi anni ha ricevuto alcuni tra i maggiori riconoscimenti del settore in Italia e in Europa.
Colacioppo, come nasce l’idea di questo progetto?
«Ho sempre avuto l’abitudine di uscire presto di mattina. Incontro persone un po’ particolari, da chi sta andando a lavorare a chi esce semplicemente per vagare. Tutta gente che non ha visibilità. Leggendo il romanzo di Remo Rapino, “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, ho sentito parlare la città, raccontarla, ho ritrovato problematiche che appartengono a tutti. Tutti possono essere un po’ “coccematte”. Allora ho deciso di raccontare la città a modo mio, andando in piazza a fotografare le persone che vedo, quelle con le quali ho sempre condiviso un caffè, 2 chiacchiere».
Chi c’è in questi ritratti?
«Gente di ogni estrazione e di ogni ceto. Volti che associo a un aspetto umano perché, come tutti i miei progetti, l’individuo viene prima di ogni cosa, prima dello scatto: penso sia questa la regola di un buon fotografo. E spero che queste immagini facciano anche un po’ riflettere. A volte si gira intorno a persone delle quali si è solitamente avvezzi a malpensare, senza capire che tutti ci portiamo gioie e dolori sulle spalle».
Perché il bianco e nero?
«Un po’ perché è con questa pellicola che sono cresciuto e me la porto dietro. Poi con la maturità mi sono anche reso conto che il bianco e nero mette a nudo chiunque, estrapola ciò che l’occhio recepisce come primo impatto e porta direttamente il messaggio. Senza nulla togliere al colore, penso che così ci sia più interazione, maggiore comunicazione».
Come ha iniziato a fotografare?
«A 16 anni ho lasciato l’istituto d’arte, cosa della quale tra l’altro mi sono pentito. Volevo lavorare. Allora ho cominciato a fare il “garzone di bottega” con mio padre, che è stato uno dei primi fotografi di Lanciano e aveva lo studio in viale Cappuccini, poco più su di dove c’è il mio attualmente. Mi mandava a fare i servizi d’archivio: le manifestazioni religiose come il Sant’Antonio, la corsa dei Santi, le processioni… Il “lavoro sporco”, insomma, mentre lui faceva le cose più importanti».
C’è una foto o un progetto cui è particolarmente legato?
«Una foto di un matrimonio che ritrae un abbraccio tra una sposa e la nonna, che ha un po’ cambiato il mio indirizzo. Era il 1999 e l’ho spedita, senza esserne neanche troppo convinto, a un concorso internazionale in Australia: c’erano partecipanti da 167 Paesi, a capo della giuria c’era il presidente della Magnum. Quello scatto venne premiato e fece il giro del Mondo».
Quella di matrimonio è considerata una sorta di “fotografia minore”.
«Purtroppo sì, ma qualcosa ora è cambiato. Prima era sottovalutata, veniva considerata una foto minore, da cartolina. Invece è un evento unico e irripetibile: in un giorno bisogna raccontare la storia di due persone. Non è un set, ma un posto dove si fa un reportage per raccontare la sincerità, la spontaneità, le emozioni».
Lei è uno di quelli che rimpiange l’analogico o pensava che il digitale avrebbe segnato la fine della fotografia?
«Io l’analogico lo uso ancora: è come il primo amore. Il digitale però bisogna saperlo usare, non farsi spingere a reinventare un mondo che non esiste. Ha offerto vantaggi inimmaginabili: penso ad esempio a quando bisognava usare una pellicola per gli interni e una per gli esterni. L’importante resta il principio: conta quello che sei tu, ciò che vuoi raccontare».