Curva Est, l’avventura del calcio nei Balcani

31 Maggio 2018

Personaggi e storie in un libro di Gianni Galleri: «Stoichkov, Ivanov, Pancev e le partite di un mondo scomparso»

Il calcio è spesso uno dei modi più semplici e diretti per capire un Paese. Quanto il pallone possa dire di un territorio e della sua storia lo dimostra bene Gianni Galleri nel suo “Curva Est” pubblicato dalla Urbone Publishing. Il libro di Galleri, 35enne originario di Volterra, è un diario di viaggio ma anche un invito alla scoperta dell’Europa sudorientale: una vasta area separata dall’Abruzzo da un braccio di mare, ma circondata da un fitto alone di luoghi comuni, che abbiamo conosciuto soprattutto per la guerra che negli anni ’90 ha distrutto la Jugoslavia.
Galleri, come nasce l’idea di questo libro?
Viaggiando da quelle parti mi sono innamorato delle bellezze turistiche e, essendo appassionato di calcio, di quelle calcistiche. Questi posti si portano dietro storie e tradizioni che da noi sono marginali, ma sono sempre interessanti: lo sport dà la possibilità di conoscere i Balcani attraverso una lente di ingrandimento ideale.
“Curva Est” è più guida o più diario di viaggio?
È una sorta di diario di viaggio dall’Istria in giù, organizzato per nazioni, partendo dalla Croazia e dagli altri paesi della ex Jugoslavia, Bosnia e Serbia, mentre di Slovenia e Montenegro si parla in alcuni incisi senza capitoli specifici. C’è poi tutta l’area dei Paesi che partecipavano alla vecchia Coppa dei Balcani, ovvero Romania, Bulgaria, Grecia e pure Cipro, perché è un posto molto più greco di quanto si possa pensare.
Cosa troviamo in questo diario?
I racconti di posti, persone, tradizioni, aneddoti e partite viste, che sono sempre un pretesto per approfondire aspetti culturali e sociali. Vengono rievocati eventi più strettamente sportivi, come la Stella Rossa Belgrado campione d’Europa nel 1991. Oppure sportivi ma con grande valenza storica: l’annuncio della morte di Tito durante un Hajduk-Stella Rossa del 1980, o il calcio di Zvonimir Boban a un poliziotto serbo durante gli incidenti nello stadio di Zagabria del 1990. Vengono ricordati miti nazionali come i bulgari Hristo Stoichkov e Trifon Ivanov; il rumeno Miodrag Belodedici che alzò entrambe le Coppe dei campioni vinte da squadre dell’est, Stella Rossa e Steaua Bucarest; la storia di Vasilis Hatzipanagis, nato sovietico da genitori greci e poi tornato greco. Ad alcuni di questi episodi e personaggi apicali sono inoltre dedicate le immagini che arricchiscono il libro, fatte dall’illustratrice serba Marija Markovic, che ha disegnato pure la copertina.
Nel 2014, sulla stessa falsa riga, ha pubblicato “La città del football”, dedicato a Londra: quanto sono simili e quanto diversi questi due libri?
Resta uguale il metodo della “creazione”: quello del viaggio e dell’esperienza diretta. Differente è il fatto che si tratta di due zone lontane non solo geograficamente. “Curva Est” fa i conti con altre realtà: la guerra ad esempio è una cosa con la quale bisogna fare i conti per spiegare i Balcani.
Che cosa differenzia il calcio dei Balcani e il modo di viverlo rispetto al nostro?
Ovunque c’è un senso di appartenenza molto forte: per certi versi, se vogliamo, è un calcio molto più “anni ‘80”, nel quale le tifoserie hanno grandissima vitalità e una forza di aggregazione che da noi si è in parte persa. Oggi molti tifosi italiani guardano a est come un modello del mondo ultras, mentre prima era il contrario.
E per quanto riguarda il calcio giocato?
Raramente ho visto una partita decente! Però lo spettacolo sulle tribune è sempre interessante: un esempio eclatante per me è stato il derby tra Hajduk Spalato e Dinamo Zagabria al quale ho assistito nell’anniversario di “Oluja”, l’operazione dell’esercito croato per riconquistare le aree del Paese a maggioranza serba che avevano dichiarato l’indipendenza.
C’è un posto che l’ha colpita in particolare?
Belgrado: è difficilmente paragonabile alle realtà dei dintorni ed è forse l’unica capitale che spicca in senso europeo. Ed è un posto dove si respira calcio dappertutto: basti pensare che gli stadi dei due club principali, Partizan e Stella Rossa, sono divisi da un parco.
Cosa le hanno lasciato questi viaggi?
Diversi rapporti di amicizia e la conoscenza di club che prima conoscevo poco come la Stella Rossa, o ignoravo: adesso seguo abbastanza regolarmente le squadre di Tarnovo, Plovdiv, Limassol o Skopje.
Questa pubblicazione ha avuto riscontri fra i diretti interessati?
Sono stato intervistato da una televisione macedone, che aveva saputo di un italiano che stava scrivendo un libro sul calcio nei Balcani. Però, prima dell’intervista, un amico che lavora all’ambasciata italiana mi ha raccomandato di non fare riferimento allo scarso rendimento di Darko Pancev in Italia, perché lì resta una sorta di monumento nazionale e i macedoni hanno rimosso la sua esperienza da noi.
I luoghi comuni descrivono i Balcani come un postaccio: è davvero così?
Io non ho mai percepito sensazioni di pericolo o di rischio, ma al contrario ho visitato luoghi fantastici e anche economici: rispetto ad altre mete, si può sempre andare una volta in più al ristorante. Certo, in alcuni posti un po’ di attenzione ci vuole, però anche allo stadio il clima di amicizia prevale sempre sulla diffidenza.
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