D’Amico, il paladino della bellezza «Ma il mio Abruzzo non ha gusto»

17 Settembre 2017

La promozione del territorio, la diffusione di una sensibilità estetica e culturale sono la mission  (e una spina nel fianco) dell’arredatore d’interni di Casoli con la passione per il design 

CASOLI. «L’Abruzzo, con tanti prodotti di grande qualità, manca di gusto. I locali sono un po’ tristi, poco accoglienti: lungo la costa dei trabocchi non c'è una trattoria tipica che abbia speso quattro soldi per le sedie, dettagli sempre trascurati. Eppure sono i particolari che ci restano in mente. La cultura dell'ospitalità passa pure per un luogo che comunica emozione, stupore, simpatia». L'amore per il bello e per il territorio sono un chiodo fisso per Franco D'Amico, arredatore d'interni con la passione del design.
Un tipo adrenalinico, coinvolgente, intuitivo, sognatore. Nativo di Casoli, dove vive e dove dà lustro all'attività nell'arredamento iniziata dal padre, Nicola, Franco D'Amico non fa che spendersi per il buon design e il buon abitare. Le idee non gli mancano, tanto gli sta a cuore migliorare la qualità della vita, a cominciare dai suoi conterranei. La promozione del territorio, la diffusione di una sensibilità estetica e culturale, sono per lui la mission e una spina nel fianco. Da sempre, racconta. Quando nei primi anni Duemila è stato consigliere comunale con delega alla cultura, poi vicepresidente del Patto territoriale Sangro-Aventino. Oggi è un paladino della bellezza diffusa (ha curato il restyling di alcuni ristoranti stellati abruzzesi), un promoter ostinato ma con stile.
«Ci piace dare un senso compiuto a quell'apostrofo (rosso, ndc) che ci distingue nel nome», dice. Varcare la soglia dello studio in contrada Selvapiana, sulla statale frentana, è entrare in un mondo a parte. Openspace di idee, showroom e galleria d'arte, un'avventura quotidiana, creativa, esaltante, che lo trova dinamicamente al fianco dei grandi dell'arte e del design contemporaneo. Eccolo accompagnare James Rosenquist, uno dei padri della pop art, in visita al pastificio De Cecco di Fara nel 2003. Le foto sono del suo «carissimo amico» Gianfranco Gorgoni, fotografo della pop art e fotoreporter, originario di Bomba. Franco si vanta di aver ospitato, sempre a Casoli, anche Alberto Baccari, ex art director di Armando Testa a New York. E di essere «amico intimo» di Gianfranco Marabelli, il papà buono della pubblicità italiana, decano dei creativi italiani. Tant'è. All'appuntamento col Centro, arriva trafelato e in ritardo. Il tramonto da un rifugio esclusivo sul promontorio di Rocca San Giovanni, placherà ogni affanno almeno per oggi.
D'Amico, Abruzzo può far rima con bellezza?
L'Abruzzo è ricco di bellezze strepitose, pensiamo al territorio e alle anime dei produttori locali. Poi però accade che tutto questo si perda perché non lo si sa valorizzare né raccontare. Uno degli errori più grandi è la mancanza di educazione nell'accoglienza turistica. Vengono finanziate ristrutturazioni senza controllo né gusto estetico, quando è su quello che si dovrebbe puntare. Cosa che presuppone cultura, che manca. Per rivalutare un luogo, come per arredare bene, non occorre spendere tanto. Occorre creatività. L'attrazione è data da più cose messe insieme con garbo e sobrietà, come nell'arte povera».
Come giudica l'immagine della costa dei trabocchi?
La costa dei trabocchi è semplicità. Non serve inseguire modelli estetici esagerati, stridenti, stile Miami beach. Quel tipo di resort è fuori luogo sul mare di casa nostra. Funziona di più, invece, la trattoria tipica e verace. I posti che abbiamo sono accattivanti così come sono, il problema è la saccenza di chi li gestisce.
Troppi alti e bassi?
C'è troppa discrepanza tra cibo e luogo. Alcuni posti non sono né carne né pesce, non hanno identità. Manca la cultura, quindi un gusto nel fare le cose. Eppure gli spunti non mancano, pensiamo solo alla ricchezza del patrimonio agroalimentare. Collegando costa e territorio interno con le aziende locali si potrebbe organizzare una nuova visione della cultura, fare cultural sharing, rilanciando presidi gastronomici unici: il peperone rosso dolce, le varietà di olivo, le totare casolane, come indicavo qualche anno fa negli Itinerari del gusto e della vista.
Casoli è sempre al centro dei suoi pensieri?
Il mio paese lo porto dentro e non lo mollo. Sulla costa ho il mio pescatore di fiducia e all'interno ho il tartufaio al quale mi rivolgo quando è stagione. Casoli aveva una bella storia da riscoprire con gli scavi archeologici condotti da Adriano La Regina. Il sito archeologico di Juvanum con l'antica città di Cluviae sul pianoro La Roma, dove sono stati rinvenuti orci per conservare le olive e antichi mosaici nelle cantine, sito per nulla valorizzato. C'è la Brigata Maiella, fondata nel '43. Un mio folle sogno era dare voce alla Majella con una scultura sonora in pietra realizzata dal mio amico e artista sardo Pinuccio Sciola, conosciuto come “lo scultore che fa suonare le pietre”. Casoli è un paese con tante storie da raccontare, come quella di Gabriele D'Annunzio che, in compagnia della Duse, si recava dal notabile Masciantonio, al castello. Poi c'è la natura, la lecceta di Casoli area Sic, l'Oasi Wwf del lago di Serranella, il lago Sant'Angelo.
La sua impronta creativa si ritrova anche nelle penne in pietra della Maiella, oggetti artistici da collezione presentati a Casa Abruzzo- Expò 2015.
Nell'idea della penna in pietra ho coinvolto artisti, artigiani e poeti come Giuseppe Rosato e lo scultore Giuseppe Colangelo. L'idea è mia, la parte meccanica di Tom Westerich, un artigiano tedesco venuto ad abitare a Caprafico di Casoli, sotto la montagna. Insieme abbiamo realizzato penne in pietra nera bituminosa e la penna degli eremi in pietra calcarea. Una mia ambizione è il progetto dedicato alla reinterpretazione di alcuni oggetti della domesticità abruzzese: piatti di ceramica (Liberati, di Villamagna), mappine e chitarra per carrare i maccheroni.
Tornando al senso estetico che non c'è e all'importanza dei dettagli, vuole ricordare l'episodio di come Castelbasso si sia “persa” per una sedia... ?
Alla annuale rassegna artistica organizzata dalla Fondazione Menegaz nei primi anni Duemila conobbi Dino Gavina, un precursore del design italiano, genio e personaggio bizzarro, capace di coagulare attorno a sé l'arte mondiale. “Portatemi via”, disse non appena vide la tavola allestita nei caratteristici fondaci con sedie di plastica. Così ci toccò di mangiare qualcosa in piedi al bar. In effetti sarebbe stato meglio trovare delle sedie pieghevoli da cantina anziché quei plasticoni. Lo ripeto, per arredare bene non occorre spendere tanto.