Dacia Maraini: «Per me Silone era meglio di D’Annunzio»

3 Agosto 2026

La scrittrice a Torre de’ Passeri in dialogo con il giornalista Domenico Ranieri

TORRE DE’ PASSERI. Come il Centro ha una passione pervicace nell’inseguire tutte le storie, così Dacia Maraini, «forse la più importante scrittrice italiana», mette lo stesso amore e impegno nel raccontare le sue. È Luca Telese, direttore del nostro quotidiano, a introdurre l’autrice che ha scelto l’Abruzzo, Pescasseroli, come sua patria adottiva. Sul palco con lei c’è anche il caporedattore Domenico Ranieri, che l’accompagna attraverso una narrazione che parte da quell’infanzia trascorsa in Giappone insieme al papà Fosco e alla mamma, Topazia Alliata. «Un’esperienza che ha segnato la mia vita», ricorda Dacia. «Come siamo finiti in Giappone? Perché mio padre era antropologo e appena laureato ha vinto una borsa per andare a studiare una popolazione del nord del Giappone. Prese la giovanissima moglie – erano tutte e due ventenni – e me, appena nata, e siamo andati in Giappone. Un rapporto che non era turistico, ma di lavoro: un rapporto di integrazione. Ci siamo integrati perfettamente: io parlavo il dialetto di Kyoto, i miei genitori parlavano giapponese, ci vestivamo alla giapponese, mangiavamo giapponese».

Una vita serena che però a un certo punto si interrompe. «Tutto è andato benissimo fino al 1943. Nel ’43 il Giappone ha avuto la pessima idea di allearsi con la Germania nazista e con l’Italia fascista. Fino ad allora, i giapponesi non ci avevano considerato nemici, perché eravamo perfettamente integrati. Ma il governo italiano mandò a dire a tutti i suoi diplomatici che gli italiani che si trovavano nei paesi alleati dovevano firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Mio padre e mia madre, tra l’altro separatamente, si sono rifiutati: non erano politicamente impegnati ma erano contro il razzismo. Così ci hanno portato in un campo di concentramento vicino Nagoya».

Così inizia per la famiglia Maraini un periodo di stenti, «ma non era un campo di sterminio», sottolinea la scrittrice. «Era un campo dove si soffriva la fame. Una tazza di riso al giorno senza carne, pesce, frutta, verdura, niente. Piano piano ci siamo ammalati di scorbuto, anemia, beriberi, tutte le malattie che vengono dalla mancanza di proteine. Poi i parassiti interni e esterni, non vi sto a dire, pidocchi, pulci». Furono, rammenta Dacia, due anni terribili. Oltre alla fame, le bombe, tanto che la famiglia fu trasferita in un tempio nelle campagne. «La fame era terribile e faceva freddo», prosegue la scrittrice. «Ormai avevo sette, otto anni e questa è stata l’esperienza più terribile. I giapponesi continuavano a chiamarci “italiani vigliacchi”, ci insultavano continuamente».

Fu a quel punto che avvenne uno degli episodi più drammatici della prigionia. «Mio padre a un certo punto si arrabbiò molto, prese un’accetta e si tagliò un dito, gettandolo addosso a questo Kazuya, capo delle guardie. Non era diventato matto, no, perché nella mentalità samurai questo rituale si chiama Yubikiri e vuol dire taglio del dito. Se uno si taglia un dito e lo getta addosso al nemico gli crea un’obbligazione. Ho questa scena ancora davanti agli occhi: mio padre poveretto sanguinava e questo Kazuya ha cominciato a urlare, a prenderlo a calci e a pugni. Gli ha puntato addosso la spada. Ho pensato “adesso l’ammazza”. Urlavamo, c’era tanto sangue. Questo rituale, però, ha radici antichissime, come l’harakiri, il taglio della pancia: Yubikiri è il taglio del dito. La cosa incredibilmente ha funzionato. Vedete cosa vuol dire essere un antropologo».

Il coraggioso gesto di Fosco Maraini salvò la famiglia. «Dopo una settimana il Kazuya venne con una capretta che faceva 100 grammi di latte al giorno, ricco di proteine. Siamo sopravvissuti grazie a questa azione incredibile, non so come chiamarla... culturale, antropologica, non violenta. Ecco cosa vuol dire conoscere un linguaggio che non è il tuo». E a sottolineare che la conoscenza a volte può salvare, la scrittrice cita anche un altro episodio.

«Un giorno ci svegliammo e i guardiani non c’erano. Alcuni contadini ci dissero che la guerra era finita. Ci siamo abbracciati, eravamo felici. Nel pomeriggio arrivò una folla di giapponesi, tanto che ci preoccupammo un po’. Invece loro si inchinarono, poi il più anziano ci disse che avevano sentito l’imperatore dire che la guerra era finita, ma che poi aveva fatto un lungo discorso in giapponese antico. I contadini non avevano capito niente, quindi erano venuti da noi, dai prigionieri italiani, che erano tutti studiosi. Mio padre conosceva molto bene il giapponese antico». Una storia esemplare e drammatica, come sottolinea Ranieri, che la scrittrice ha dovuto metabolizzare: «Ci hai messo veramente 70 anni prima di scrivere questo libro».

«A mettere questa storia nero su bianco avevo cominciato molti anni fa, però ogni volta mi fermavo perché era un po come riaprire le ferite. Poi ho sentito venir fuori nuovi venti di guerra e ho pensato di mostrare cosa può essere la guerra vissuta da una bambina. Ho pensato che questa esperienza poteva avere una sua importanza. Paradossalmente, scrivendo mi sono venuti fuori ricordi che avevo cancellato, è stata anche propedeutico dal punto di vista della memoria e credo che mi abbia fatto bene. Finisce la guerra e la famiglia Maraini torna in Italia, in Sicilia, dai nonni materni, gli Alliata di Salaparuta. «Non fu uno choc – incalza Ranieri – passare di colpo a una condizione di vita agiata?».

«Fu uno choc anche culturale», concede la scrittrice. «Ma sai qual è stato lo choc più incredibile? La vista di Cristo. Venivo da un Paese dove la divinità era Buddha, che sta tranquillo, seduto a guardare serenamente l’orizzonte. Per me bambina, la religione era legata a una serenità di sguardo. In Italia la divinità era sofferenza, martirio... ecco, è stato per me molto difficile accettare questo. Ci abbiamo fatto ormai l’abitudine, ma guardate che è terribile questa cosa, una religione basata sul dolore, la crocifissione è una delle cose più atroci che si possano immaginare». Topazia, madre di Dacia, era una pittrice anticonformista, molto libera. «Quanto ha influito sul suo modo di essere», chiede Ranieri.

«Mio nonno era un aristocratico, ma era un tolstojano. Lavorava con i contadini e per i loro figli aveva costruito una scuola che all’epoca non era così normale. Era molto legato alla cultura, era vegetariano e si era distaccato un po’ dai parenti aristocratici. Viene un po’ da lui questo affrontare il mondo attraverso un’idea di libertà, di autonomia. Mia madre ha preso molto da lui. Quando sono arrivata in Sicilia, negli anni Cinquanta, era molto, molto arretrata. È cambiata solo nel ’68, quando il femminismo ha cambiato tutta l’Italia. Le leggi più importanti del costume italiano sono cambiate allora. Il diritto di famiglia, il delitto d’onore, la parità sul lavoro... Ricordo che una mia compagna di scuola era uscita una sera con un ragazzo, niente di speciale. Beh, il padre l’aveva chiusa in casa e la teneva legata al termosifone. Andavo a trovarla e lei stava legata al termosifone».

Una realtà che penalizzava soprattutto le donne, ricorda Maraini. «Il ’68 ha cambiato il costume. Non l’economia, nè la politica, ma il costume sì. Anche riguardo l’omosessualità: Pier Paolo Pasolini prima del ’68 ha avuto 84 denunce, poi ricordate il caso Braibanti? Due uomini adulti che si amavano sono stati denunciati: Aldo Braibanti ha preso quattro anni di prigione e il suo amante più giovane – ma maggiorenne consenziente – è finito in manicomio. Tutto questo è cambiato totalmente, oggi c’è il matrimonio civile». A novant’anni, Dacia Maraini continua a girare il mondo. Un amore per il viaggio, chiede Ranieri, trasmesso dal padre Fosco?

«Anche lì c’è una storia di nonni, perché la madre di mio padre, una inglese, era una donna libera. Già nel 1910 girava il mondo con uno zaino: una grande viaggiatrice. Questo amore per il viaggio l’ha ereditato mio padre e credo anche io. Ma non è turismo, che porta a conoscere solo i luoghi comuni del mondo. Viaggiare veramente vuol dire conoscere: leggere i libri di quel Paese, andare a conoscere le persone, insomma affrontare il confronto con una diversa cultura, con diversi costumi. Questo è viaggiare veramente». La capitale era piena di fermento culturale, quando Dacia Maraini si trasferisce lì, negli anni Sessanta. «Era un’epoca di grande entusiasmo dopo il superamento del fascismo, che era stato dal punto di vista artistico molto repressivo: Kafka, ad esempio, era proibito solo perché era pessimista; la letteratura americana, i grandi classici erano censurati. In seguito anche Bernardo Bertolucci fu censurato (per Ultimo tango a Parigi, del 1972 ndr). Furono bruciate tutte le copie del film, lui ne nascose una e l’ha salvata, altrimenti sarebbe sparito per sempre».

«Noi non ci rendiamo più conto cos’era quell’Italia lì. Credo che la censura sia stata un motivo di unione, di solidarietà collettiva tra gli intellettuali. Mi ricordo che in certe trattorie, in certi bar ci si incontrava senza darsi appuntamento. Arrivavano Calvino, Sciascia, tutti i grandi scrittori, Flaiano. Conoscevo bene Ennio Flaiano, era una persona squisita anche se era un uomo triste, forse perché aveva una figlia con una grave menomazione. Era come se lui si proibisse di essere sereno. Era una persona che ascoltava gli altri e rispettava l’altro. Ho amato molto Ignazio Silone. Posso dire il mio pensiero più profondo? Per me Silone era meglio di D’Annunzio. D’Annunzio era il divo dei divi, non dico che non avesse il suo talento, però secondo me Silone va più in profondità. D’Annunzio è un esteta meraviglioso, alcune sue poesie sono meravigliose, però il rapporto che ha Silone con la realtà del suo tempo, con la differenza sociale... Non fa politica, non è un ideologo, però il suo mondo è di grande intensità emotiva. È un grandissimo abruzzese di cui dobbiamo essere orgogliosi veramente».

Ranieri chiede anche di Alberto Moravia: «Sei stata bravissima a mantenere la tua voce avendo accanto un personaggio del genere». E lei: «Era un uomo di grande generosità, molto vicino ai giovani. Quando ho scritto il mio primo libro, La vacanza, l’editore mi chiese la prefazione di uno scrittore importante. Andai da Calvino, da Bassani, ma avevano tutti troppo da fare. L’unico che ha letto il libro è stato Alberto: gli è piaciuto e mi ha fatto la prefazione. È stato molto generoso e gentile. Dopo non ho più avuto bisogno di prefazioni. Era un uomo straordinario. Dico una parola che oggi suona quasi negativa: era un uomo buono, oggi sembra un insulto, perché bisogna essere forti, potenti, ricchissimi. Se non sei miliardario non sei niente. Ecco, Moravia era un uomo buono e anche un uomo umile. Però era pieno di dubbi, di problematiche e interrogativi. Con Pasolini c’era un’amicizia bellissima, l’aveva aiutato perché Pierpaolo veniva denunciato e attaccato continuamente. Mi manca la sua voce, la sua parola».

Dacia Maraini vanta anche una straordinaria produzione di testi teatrali. «Ho costruito un teatro in un quartiere di Roma, Centocelle, quartiere che era stato dato prima agli ex combattenti, che vi avevano costruito delle case. Poi sono venuti gli anni Sessanta, altre case sono state costruite, non avevano neanche un giardino. Pura speculazione edilizia. Alla fine c’erano centomila abitanti. Sono andata lì con un gruppo di giovani attori e attrici, andavamo casa per casa a dire a tutti che nel quartiere c’era un teatro. “Cosa vendete”? ci chiedevano. Cioè non capivano cosa era un teatro. Però dopo cinque anni, la gente era molto fiera di avere un teatro e venivano a vederci».

«Poi ho pensato che in Italia non c’era un teatro in cui le donne fossero creatrici. Non c’erano donne registe, donne drammaturghe. C’erano solo le attrici. Così abbiamo deciso di fondare questo teatro che si chiamava La Maddalena, il primo teatro tutto gestito da donne. Ma non è che era contro gli uomini, era nato per dare spazio alla creatività femminile. Anche perché il teatro, essendo un rapporto con il sacro, è sempre stato impedito alle donne. Nel teatro greco tutti i ruoli erano fatti dagli uomini, anche i personaggi femminili; nel teatro romano era lo stesso. Nel teatro medievale uguale, addirittura il ruolo della Madonna lo interpretava un prete. Non c’erano donne che potessero avere un rapporto con il sacro, dal teatro erano escluse. Siamo state le prime a pensare che ci potesse essere un ruolo creativo per le donne nel teatro». Il primo contatto con l‘Abruzzo arriva grazie a un rapporto di amicizia.

«Ero molto amica di Ettore Scola e di sua moglie Gigliola. Loro avevano casa fin dagli anni Cinquanta a Pescasseroli e mi invitavano per Natale. Ho passato tanti Natali a casa loro, dove invitavano vari amici. Da lì ho cominciato ad andarci spesso, ho prima affittato una casa, poi ho comprato una casa bellissima in un posto bellissimo, che costava pochissimo. Poi ho capito perché, c’era il tetto in amianto, non c’erano i bagni. L’Abruzzo è una regione molto speciale e particolare. È stata isolata per tanto tempo, con le sue montagne, muoversi in questa regione è difficile perfino oggi. Le montagne creano isolamento e questa cosa ha creato la psicologia storica degli abruzzesi. Da una parte c’è un atteggiamento di sospetto, di chiusura. Quando sono arrivata qui, all’inizio mi vedevano come un’estranea. Dopo un po’ di tempo, hanno visto che mi sentivo parte della comunità di Pescasseroli. Quando un montanaro ti conosce e ti stima, ti dà tutto. È una cosa bellissima. Adesso a Pescasseroli mi sento a casa e sento che posso contare sulla solidarietà delle persone che abitano là, una cosa che in città non esiste proprio. In città non mi piace stare: non si conosce neppure la persona della porta accanto. Si è estranei l’uno dall’altro. Non c’è un rapporto profondo, come invece succede in un piccolo paese. Soprattutto a Pescasseroli. Se ci si va in questo periodo, basta guardarsi intorno: tutte le case del paese sono piene di fiori. Penso che questo è segno di amore verso il proprio paese. Certo, per carità, anche lì ci sono quelli che non pagano le tasse, ma io mi sono innamorata di Pescasseroli».

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