Dacia Maraini: «È la poesia il segreto dell’originalità e della forza di Pasolini»

La scrittrice lo ricorda nel commovente libro “Caro Pier Paolo” «Ma ho paura che non sapremo mai la verità sulla sua morte»
Un libro di ricordi e sogni. Un libro di memorie in forma di lettere che unisce passato, presente e futuro. Dacia Maraini ci racconta Pier Paolo Pasolini, a cento anni dalla nascita, il 5 marzo 1922 a Casarsa della Delizia, in modo irripetibile e commovente in Caro Pier Paolo, in libreria il 3 marzo per Neri Pozza. Intima, personale, è la storia di una grande amicizia, di idee e viaggi con Alberto Moravia e Maria Callas che ci fa sentire l'essenza di Pasolini. La scrittrice premio Strega e premio Campiello, da sempre amica della nostra regione, racconta.
Cosa l’ha spinta ad aprire la scatola segreta dei ricordi?
Il libro mi è stato chiesto da Roberto Cotroneo, che ha insistito tanto sull'amicizia che mi legava a Pier Paolo. Da principio gli ho detto di no, ma poi mi è venuta l'idea delle lettere e ho capito che avrei potuto parlare ancora con un caro amico morto e questo mi ha spinto a scrivere.
Ha sempre dialogato in sogno con Pasolini?
Sogno molto e spesso gli amici morti. Pier Paolo è uno di questi. Poi da ultimo, proprio quando ho cominciato a scrivere il libro, mi è apparso in sogno più frequentemente.
Nel libro cita diverse poesie di Pasolini. Per lei è stato innanzitutto un poeta?
Sì, penso che sia stato prima di tutto un grande poeta. Infatti ha cominciato proprio con le poesie. Il resto viene dopo. Non è che non apprezzi gli altri suoi scritti, ma penso che il segreto della sua forza e della sua originalità stia nella poesia.
E l'attualità del pensiero di Pasolini che arriva ad essere «quasi quasi in sintonia con la piccola Greta, dalle treccine striminzite», il suo essere profetico, a cosa lo dobbiamo?
Lo era per sensibilità e per intuito. E leggendo le sue poesie si capisce questa sua capacità di vivere le trasformazioni sociali patite con tutto il corpo.
Moravia e Pasolini, così diversi e così tanto amici, cosa li univa?
Erano diversi ma complementari. Si volevano bene. Li univa la voglia di migliorare il proprio Paese, di denunciare le ingiustizie e le violenze contro i più deboli. In modi diversi certo, perché Pier Paolo contava sull'istinto e la sensibilità, mentre Alberto credeva nella ragione e nella storia.
Ribelle, anticonformista, Pasolini le appare mentre corre sulle dune di Sabaudia dove dividevate una villa. Eravate un po’ una famiglia?
Famiglia non so. Ma che ci legasse un'amicizia fatta di vicinanza, di consuetudini, di viaggi fatti insieme sì.
Il rapporto con la Callas, Elsa Morante, Laura Betti, Silvana Mauri Ottieri e quello con la madre Susanna. Cosa rappresentavano le donne per Pasolini?
Erano prima di tutto madri. Anche le più giovani le vedeva come tali. Per questo non accettava l'aborto, perché si identificava con il bambino espulso e considerava la donna che abortiva una madre violenta. Faceva fatica a capire le ragioni disperate di una donna che abortiva.
Nel libro ricorda anche l'intervista di Oriana Fallaci.
Non mi pare avesse capito veramente Pasolini. Ma sentiva la sua originalità e la grandezza.
Ci sono pagine toccanti sulla morte, ancora misteriosa, il 2 novembre 1975 all'Idroscalo di Ostia, sul funerale a Campo dei Fiori, sapremo mai la verità?
Purtroppo ho paura di no. Ci si è affrettati a chiudere il caso visto che c'era un reo confesso, senza tenere conto dei tanti indizi che mostravano la presenza di altre persone. Ma chi erano? Non lo sappiamo. Pelosi prima di morire ha confessato di non è stato lui, ma allora chi? Questo non l'ha voluto dire.
Caro Pier Paolo si chiude con una bellissima danza, ci lascia un'immagine felice?
Volevo uscire dalla iconografia tragica che accompagna il ricordo di Pier Paolo. L'ho voluto in movimento, agile e dinamico, pieno di voglia di vivere.
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