Dal rifugo Tarì verso il Monte Amaro

Il sogno di arrivare sulla vetta a 2.793 metri sulla Majella
L’escursione al Monte Amaro della Majella quando c’è neve non è per tutti, da ovunque la si affronti. La poca neve di questo inverno consente di provarci ma con le dovute precauzioni: i chilometri da percorrere sono tanti, l’uso dei ramponi necessario, l’adattamento a terreni diversi fondamentale. E così anche io, 7 giorni fa, ho coronato il sogno di arrivare a 2.793 m sul tappeto bianco che riveste il massiccio.
La notte prima si dorme al rifugio Tarì, a due ore di cammino da Lama dei Peligni (Ch) dove i gestori vi consegneranno le chiavi.
La mattina dopo si parte, all’alba. Mentre il sole tinge di rosso il mare, il cielo, le nubi e tutti noi, si cammina sull’erba, anch’essa rossastra, del sentiero H4 che si abbandona per proseguire sul crinale est della valle di Taranta, fino alla quota di 2.300 m circa. Si è circondati da una bellezza sconfinata che, quando si arriva sul Piano Amaro, prende la forma di farfalle nello stomaco, tremore ai polsi e caldo nel cuore. Abbiamo tutto davanti a noi, di un bianco accecante. Sporgono sulla destra i bastioni rocciosi che dobbiamo seguire per arrivare sulla Cima dell’Altare (2.542 m, 3 ore): seducente elevazione che a picco guarda e sorveglia la lunga valle che arriva fino a Fara San Martino. A nord-ovest il Monte Amaro si staglia sul cielo azzurro con il suo puntino rosso e ci aspetta: inizia una lunga ed estasiante cavalcata al di sopra dei 2.500 m, pervasa di aria sottile che scivola su di noi. Arrivati in vista della Grotta di Canosa, si può scegliere di salire per la via più comoda: calziamo i ramponi, tiriamo fuori la piccozza e via, verso i 2.793 m. Il paesaggio è quasi surreale, candido, morbido, grandissimo, più infinito dell’infinito. Concentràti percorriamo gli ultimi ripidi 200 metri di dislivello e quando ci sembra di non avere più le forze, si materializza il bivacco Pelino, rosso (5 ore, 10 km). Un traguardo speciale che si deve godere fino ad esserne stanchi. Nelle giornate terse, come quella che ho trovato, il mondo si sfiora tutto: il mare, le isole, le città, i laghetti, le vette imbiancate, le Marche, la Puglia. Vien da piangere al pensiero di scendere, ma anche il vento freddo sembra metterci fretta.
Godiamoci la discesa al sicuro con i ramponi e avviamoci verso la Valle di Taranta (sentiero H6). Alla nostra destra la valle di Femmina Morta sembra un soffice divano per giganti, il Monte Macellaro è tondeggiante come i monti dei disegni dei bambini. La valle ci stringe con un caldo abbraccio e ci accompagna per un’interminabile corsa tra monti, pini mughi, camosci e odori indimenticabili. Tutto si fonde: i colori, i suoni, i passi, la fatica e la felicità. Si sorpassa con attenzione un facile passaggio su roccia con fune che ci catapulta nella parte stretta, dove ci sono le grotte del Cavallone. A circa 1700 metri prendiamo un traverso a picco sull’arrivo della funivia (sentiero H4) che percorriamo con attenzione fino a sbarcare sul sentiero dell’andata, appena un po’ più su del Rifugio Tarì (8 ore).
Da qui occorrono 2 ore per arrivare a Lama ma il consiglio è di rimanere su ancora una notte a contare le stelle. Quelle che abbiamo raggiunto a piedi.
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