Dapporto, Fassari e l’assurda leggerezza della vita

I due attori a Teramo con “Il delitto di via dell’Orsina”, farsa ottocentesca capace di parlarci del disorientamento moderno
TERAMO. Due bravi attori amati dal grande pubblico, Massimo Dapporto e Antonello Fassari, in una farsa dell’Ottocento capace di parlarci del disorientamento contemporaneo grazie all’acuta operazione culturale della regista Andrée Ruth Shammah.
“Il delitto di via dell’Orsina”, da un atto unico di Eugène Marin Labiche (“L’affaire de la rue de Lourcine”, 1857), prolifico commediografo parigino, va in scena stasera al teatro Comunale di Teramo, alle 21, terza proposta della stagione di prosa 2022-23 di Acs Circuito Spettacolo Abruzzo Molise, patrocinata e sostenuta dal Comune di Teramo. Lo spettacolo, che ha debuttato il 9 dicembre di un anno fa a Milano al Teatro Franco Parenti, produttore dell’allestimento con Fondazione Teatro della Toscana, viene proposto nell’adattamento curato dalla stessa regista milanese, che ha pure tradotto il testo con Giorgio Melazzi. Interpreti, oltre a Dapporto e Fassari, Antonio Cornacchione, Susanna Marcomeni, Andrea Soffiantini, Francesco Brandi. Musiche di Alessandro Nidi, scene Margherita Palli (già al fianco di Luca Ronconi), costumi Nicoletta Ceccolini.
Due sconosciuti, Zancopé (Dapporto) e Mistenghi (Fassari) si svegliano nello stesso letto, con una gran sete, le mani sporche e le tasche piene di carbone, ma non sanno il perché, non ricordano nulla della notte passata. Cautamente cercano di ricostruire l’accaduto, ma l’unica cosa certa è l’esser stati entrambi a una rimpatriata di ex allievi del liceo. Di quanto accaduto una volta lasciata la festa non sanno niente. Da un giornale apprendono che una giovane carbonaia è morta quella notte e tra malintesi ed equivoci, di fronte all’ipotesi di aver commesso proprio loro l’efferato delitto, i due per nascondere le loro colpe saranno capaci del peggio. «Una situazione paradossale, un po’ beckettiana, brillantemente costruita da un gigante della drammaturgia come Labiche», scrive nelle note di regia Shammah.
«Non è un caso che questo testo sia stato scelto da registi come Patrice Chereau, che l’ha messo in scena nel 1966 in Francia e da Klaus Michael Grüber in Germania. Appena l’ho letto ho pensato che sarebbe stata una grande sfida, un’opportunità per una regia sorprendente. Pensando a questi due personaggi, profondamente diversi l’uno dall’altro – uno ricco, nobile, elegante, e l’altro rozzo, volgare, proletario, che devono confrontarsi con quello che credono di aver fatto – ho pensato subito a Massimo Dapporto e Antonello Fassari, un’accoppiata con cui non ho mai avuto l’occasione di lavorare – e che non ha mai lavorato assieme – ma che credo perfetta per dare vita a questa storia. Io la vivo come una scommessa, come la possibilità di uno spettacolo leggero e divertente ma allo stesso tempo profondo; una riflessione sull’insensatezza e l’assurdità della vita». «La definizione della realtà nella sua immediata staticità e cristallizzazione è spesso falsa, la realtà è dinamica e in essa emerge la coscienza anticipante dell’uomo, il non-ancora», sottolinea il regista Domenico Polidoro, direttore artistico di Acs. La stagione di prosa, sei spettacoli, è iniziata il 29 ottobre con Massimo Popolizio e “La Caduta di Troia”. Rinviato invece il secondo appuntamento, “ La Gioia” di e con Pippo Delbono.
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