Dargen D'Amico, a Sanremo per capire chi sono

26 Gennaio 2022

Dopo aver partecipato sempre come autore, quest’anno in gara tra i Big con “Dove si balla”

ROMA. Il festival di Sanremo, finora, Dargen D'Amico lo aveva vissuto come autore (l'anno scorso per Annalisa e per Francesca Michielin e Fedez) o come giurato per Area Sanremo. Perché lui, Jacopo, ha sempre preferito mandare avanti la musica, celandosi dietro gli occhiali scuri. Stavolta, invece, ci metterà la faccia, perché Amadeus l’ha voluto tra i Big in gara, con Dove si balla.
Tra le «mascherine ormai indispensabili, gli incubi mediterranei, che brutta fine fermi al confine», sulle «migrazioni di ieri e di oggi che senza una soluzione si trasformano in tragedie», e «senza live con il pile sul divano» dopo le limitazioni ai concerti per Covid, un brano che è una finestra aperta sul mondo, a ritmo dance. Partito dal mondo del rap anni ’90, approdato a una musica più vicina al pop, produttore, dj, amante della collaborazioni (se ne contano decine), Dargen D'Amico, classe 1980, si presenta come cantautorap, pescando a piene mani dalla tradizione cantautorale italiana (non nega l'influenza di Lucio Dalla), e portando avanti una lunga ricerca che attraversa i territori della musica classica e dell'elettronica per ricongiungersi al pop. «Il pop ha inglobato l'urban e io, come tanti, mi ci sono ritrovato. A 40 anni sento di essere cambiato, di essermi evoluto. Tendo ad avere dei momenti di passaggio al compimento delle decine, sono legato al numero e al passaggio di decade. Mi era successo anche con i 30, con una crisi personale», racconta. «Cambio il modo di vedere le cose, elimino abitudini per rimpiazzarle, ridefinisco la condivisione degli spazi e del tempo con gli altri. È come un ritorno a me stesso. E prendo le esperienze per guardarmi da fuori e indagarmi».
Anche il festival, dove arriva non senza aver suscitato una certa curiosità («ho scoperto al Tg di essere stato preso») e con un disco già pronto nel cassetto, lo considera «un passaggio da un livello all'altro. Come un radar, capirò qualcosa in più di me». E forse va in questa direzione la scelta di non chiamare nessuno accanto a sé nella serata delle cover, per la quale proporrà La Bambola di Patty Pravo. Una scelta spiazzante per chi nel corso degli anni ha collaborato, per citarne qualcuno, con Club Dogo, Fabri Fibra, Marracash, J-Ax, Rancore, Max Pezzali, Fedez, Stylophonic, Emiliano Pepe. «Amo le collaborazioni non solo per la musica che si fa insieme, ma anche per il tempo che si passa, un lato della musica che vivono solo gli addetti ai lavori. Perché ricordiamocelo, questo è un lavoro», sottolinea Dargen D'Amico. Anche se da due anni a questa parte per molti non può più esserlo». Abbandonati dalla politica sì, ma non solo. Le responsabilità sono anche dei musicisti stessi. «Non abbiamo un sindacato, nessuno che abbia autorevolezza per sedersi a tavoli istituzionali. La musica è uno sport individuale, dove nessuno si sente di appartenere a una famiglia». All'Ariston, intanto, Jacopo dovrà mettere da parte la sua ritrosia. «Partecipo con il mio brano, il resto è tutto accessorio, anche i miei occhiali da sole, ai quali non credo che rinuncerò. Un controsenso? La vita è piena di controsensi. Del resto chi avrebbe mai immaginato qualche tempo fa che sarei finito a Sanremo?»