De Amicis, aquilano al Festival «L’Orchestra fa da pubblico»

Il maestro dirige i musicisti della Sinfonica distanziati e separati dal plexiglass «Sanremo accende una luce sul nostro settore messo in ginocchio dal virus»
SANREMO. C'è chi il festival lo vive sul palco e chi sul podio. Come Leonardo De Amicis, il direttore dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo, nato a Roma nel 1963 ma cresciuto e formatosi all’Aquila. «Ormai siamo diventati una famiglia, anche se per dodici mesi siamo stati fermi», racconta il direttore in una pausa tra una prova e l'altra.
«Non si può negare che questo sia un festival inedito, con un'atmosfera straordinaria, nel senso di fuori dal comune, un festival con l'asterisco, quello della pandemia. Ma anche con la forza di ripartire, di accendere una luce sul nostro settore che è stato messo in ginocchio». Ma De Amicis, come i suoi orchestrali, non si sente un privilegiato. «Il privilegio in sé è essere dei musicisti. Riuscire a lavorare con la musica. E qui rappresentiamo tutti quelli che stanno a casa». E poco utili sembrano così essere le polemiche che si sono scatenate sull'opportunità o meno di mettere in piedi la macchina del festival. «Bisogna aiutare tutti a riaprire tutto, ma non si può farlo chiudendo. Se accendiamo la luce, forse, possiamo essere visti. Sanremo è una fiammella accesa, che può essere presa ad esempio per tornare alla normalità delle nostre vite, con l'attenzione necessaria», sottolinea ancora.
La pandemia, causa distanziamento e protocolli Rai, ha avuto un impatto anche sull'organizzazione di questa orchestra che, rispetto agli anni passati, ha molto più spazio a disposizione e si allarga fino a buona parte della platea (vuota), trasformando in qualche modo i musicisti in spettatori. «L'orchestra è un'entità che si muove, viva. Viviamo sia da orchestra che da coloro che osservano. Quest'anno ancora di più, ma le reazioni saranno sempre le stesse. Io batterò le mani come ho sempre fatto, lo farò a prescindere. Mi sono sempre divertito, lo farò anche quest'anno. Per noi la presenza o meno del pubblico non cambia molto, siamo concentrati al 100% sull'aspetto musicale». Ciò che cambierà per il Maestro sarà la modalità di rapportarsi con l'orchestra. «Il distanziamento rende necessario che l'occhio del direttore si abitui alla nuova disposizione, mentre i musicisti più lontani o quelli “ingabbiati” nel plexiglass come i fiati, ascoltino in cuffia le direttive. Ma nessuno si sente isolato o emarginato: c'è un'atmosfera gioviale, ma consapevole. Nessuna paura, ma grande attenzione. La stessa che avremmo a casa con i nostri figli». Inutile chiedergli quale artista sia il suo preferito o quale quello andato peggio in prova. «Sono tutti bravi e quella di Amadeus è stata una scelta straordinaria. Il livello del cast è altissimo ed è rappresentativo di un festival che si evolve e ha attenzione per i cambiamenti generazionali e per i nuovi linguaggi che emergono. Uno sguardo al passato, uno al presente, uno al futuro. Sanremo è Sanremo comunque, quasi una festa comandata».