Di Gregorio: «Nel mio film si ride. E io mi commuovo»

TERAMO. «Un film sui sentimenti, fatto col cuore. Però fa anche ridere, e quando ascolti la platea ridere ti senti ripagato di difficoltà e angherie». Grazia, semplicità, umorismo sornione scorrono...
TERAMO. «Un film sui sentimenti, fatto col cuore. Però fa anche ridere, e quando ascolti la platea ridere ti senti ripagato di difficoltà e angherie». Grazia, semplicità, umorismo sornione scorrono nelle parole di Gianni Di Gregorio, sceneggiatore, regista e attore romano che oggi festeggia il 71° compleanno e domani vedrà uscire il suo quarto lungometraggio “Lontano lontano”, applaudito a novembre al Torino Film Festival.
Scrittore di racconti (in primavera una raccolta per Sellerio), sceneggiatore per il piccolo e grande schermo (tra i suoi script “Gomorra” di Matteo Garrone), Di Gregorio è autore con spirito da flâneur di un cinema semi-autobiografico, poetico, ironico e gentile, a partire dal gioiello “Pranzo di Ferragosto”, ode affettuosa alla quarta età, seguìto da “Gianni e le donne” e “Buoni a nulla”. “Lontano lontano” racconta il piano sgangherato di tre anziani romani per trasferirsi in un Paese estero dove il fisco permetta di vivere dignitosamente con la pensione. Il Professore, interpretato dal regista, Giorgetto il vikingo, fruttarolo impersonato da Giorgio Colangeli, e il robivecchi ex fricchettone Attilio, Ennio Fantastichini all’ultima interpretazione prima della morte, chiedono perfino consiglio a un economista, Roberto Herlitzka. L’incontro col giovane immigrato Abu (Salih Saadin Khalid) cambierà i piani. Di origini abruzzesi, a Penna Sant’Andrea nel Teramano, Gianni Di Gregorio esordisce al telefono col Centro parlando proprio del paese paterno. «Non vado più a Penna per non soffrire. Ora il paese è tutto zona rossa, non si può entrare. La casa di famiglia, dei Di Gregorio da secoli, è la più vecchia eppure è quella che sta meglio, dal terremoto non ha avuto danni. Forse perché anni fa l’ho restaurata, rovinandomi (ride)»
Com’è nato Lontano lontano, film legato al fenomeno degli anziani che lasciano l’Italia?
È un tema enorme e attuale. C’ho lavorato anni. L’idea me l’ha data Matteo Garrone. Mi ha detto: perché non fai un film sui pensionati che vanno all’estero, tu che sei specialista in vecchietti? Mi ha spinto lui a fare il film. Anche perché conosceva il mio racconto “Poracciamente vivere” pubblicato da Sellerio, in cui c’erano già in nuce il film e i personaggi trasteverini del Vikingo e del Professore.
Il professore, il popolano, il fricchettone, tre categorie sociali accomunate dalla difficoltà di andare avanti.
È una crisi che tocca tutti. I tre personaggi sono accomunati dallo stesso problema. Ma c’è anche un’amicizia profonda, imperniata sullo stare bene con semplicità, con le piccole cose. Il Professore, Giorgetto e Attilio hanno caratteri da antichi romani, pigrizia, spacconeria, faciloneria, ma ci tengono ai valori umani.
Nel film c’è chi vuol partire e chi invece arriva, il giovane immigrato.
Mentre scrivevo i personaggi, che nel frattempo erano diventati tre, con l’aggiunta di Attilio, ha fatto irruzione la realtà. Era l’estate degli sbarchi e dei naufragi, e questo mi ha suggerito il personaggio di Abu. È arrivato di forza nel film, mentre mi divertivo coi miei tre vecchietti velleitari. Abu è l’unico vero viaggiatore, gli altri hanno in fondo paura di partire, chiacchierano e basta. Lui incarna il valore della giovinezza in un film di vecchiotti che però si ricordano della dignità e della fratellanza.
Conosceva già Colangeli e Fantastichini?
Professionalmente, non personalmente. Ma incontrarci è stato bellissimo, come se ci conoscessimo da trent’anni. Pensa che dovevamo pranzare insieme per parlare del film ma a tavola non abbiamo detto una parola, doveva essere un incontro professionale ma abbiamo solo mangiato bevuto e fumato. Soprattutto io e Ennio. Giorgio, che è astemio, uno sano, ha sofferto fumo passivo e vino passivo per tutto il pranzo e poi per tutto il film. Tra noi è scattata un’enorme semplicità. Poi sul set ho scoperto due mostri di bravura. Dei giganti. Sono stato travolto anche da Herlitzka.
Che ricordo le ha lasciato Fantastichini?
Ennio manca tantissimo. Ho un ricordo bellissimo, un uomo generoso nell’arte e nella vita. Avvertivi una tensione morale forte nell’uomo. Ed era un grande attore. Del suo personaggio ha fatto un archetipo. Aveva avuto un amico robivecchi con il banco a Porta Portese. Si è ispirato con amore al ricordo dell’amico ed è venuta fuori una cosa magica.
“Lontano lontano” è ambientato come altri suoi film nel suo quartiere. Quanto conta il rione nell’ispirarle le storie?
Sono nato e cresciuto a Trastevere. Questo è il mio osservatorio. Dicono che il mio cinema sia a chilometro zero. Ma questo è il luogo dell’infanzia. Anche se oggi a Roma i quartieri stanno finendo. Nel mio palazzo su sei appartamenti sono rimasto solo io, gli altri sono case-vacanze, b&b. Non so nemmeno io come ho resistito. Nei film mi piace sottolineare la romanità che ancora vedo negli anziani del quartiere, il loro essere semplici, rudimentali, ma aperti. Trastevere è un punto d’osservazione fortunato, non mi muovo quasi mai, anche perché qui arrivano tutti, artisti, musicisti.
A “Buoni a nulla” hanno collaborato due teramani, lo sceneggiatore Pietro Albino Di Pasquale e il compositore Enrico Melozzi. Come si è trovato con loro?
C’è stata subito assonanza con loro, anche se molto più giovani di me. Come se ci conoscessimo, forse per la comune origine. Melozzi è un grande musicista, Pietro un grande intellettuale.
Che pensa quando viene paragonato a Jacques Tati?
«Mi fa enormemente piacere. Mi vergogno anche un po’, divento rosso quando me lo dicono. Tati mi piaceva tanto, fin da quando ero bambino. Quei film in cui non dice una parola, come “Mon oncle”, fanno ammazzare dalle risate. È un paragone che mi onora».
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