Dieci anni di musica in fermento

Gli abruzzesi Cacciatore e Di Berardino firmano “Britannica - Dalla scena di Manchester al Britpop”
Non è solo una chicca per cultori di un genere, ma un appassionante viaggio attraverso un decennio di nuova creatività musicale, rivolgimenti sociali e contraddizioni. Oasis, Blur, Stones Roses, Joy Division, La Factory Records e tutti i più conosciuti protagonisti sono raccontati nel contesto di un’Inghilterra in fermento tra la Thatcher e Blair in “Britannica. Dalla scena di Manchester al Britpop” ( Volo Libero), libro – con oltre 500 schede di altrettanti gruppi illustri, presentazione il 7 febbraio a Milano– indispensabile per conoscere la musica che ha attraversato i 10 anni tra il 1988 e il 1998. A scriverlo Alessio Cacciatore e Giorgio Di Berardino. Pennese alla soglia dei 40 anni il primo, ha pubblicato “Woodstock 1969” (Gruppo Albatros), nato a Pescara nel 1980 il secondo, conduttore radiofonico. Pubblichiamo uno stralcio del capitolo Britpop: Scena, fatti e protagonisti.Parlare del genere brit è come voler parlare di ciò che definirono “beat” oltre cinquant’anni fa (e la similitudine tra le due parole non è affatto casuale!). L’appellativo Cool Britannia, con il quale si indica l’insieme delle tendenze inglesi degli anni Novanta, sembra difatti aver preso il posto dell’epica definizione Swinging London, che racchiude la moda e lo stile della Londra degli anni Sessanta. A ben guardare, il britpop è più che un genere: è un vero e proprio movimento culturale che si sviluppa nella Londra degli anni Novanta e coinvolge i più svariati campi artistici, riconducendo tutta la gioventù inglese a una sorta di spirito patriottico.
In termini musicali, il britpop si fonda sul mescolamento delle diverse mutazioni (o progressioni) che il rock aveva subìto in epoche precedenti. Un fare strafottente assorbito da strutture di brani semplici ed efficaci segnano l’ultimo gigantesco business dell’industria musicale britannica. Testi piuttosto ispirati nei quali ognuno ha trovato qualcosa da dire. Chiaramente non stiamo parlando di innovatori, ma di una miriade di band – alcune tuttora in vita e altre sgretolatesi sul nascere – capaci di reinventare la musica pop a modo loro in un contesto privo di lampi e in cerca di nuove guide spirituali. L’unico neo è stato l’affievolirsi della loro energia appena superati i confini nazionali.
I singoli erano faccende importanti: ognuno conteneva delle B-side che, contrariamente a quanto avvenuto fino ad allora dai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones, erano tutte all’altezza (se non migliori) della traccia maestra. Fu proprio il concetto di lato B a essere rivoluzionato, permettendo al singolo di tornare sul mercato in grande stile. E così ecco che Supergrass, Oasis, Radiohead, Verve (in Usa solo gli Smashing Pumpkins tra le formazioni dai grandi numeri), incidono e pubblicano a valanga singoli con canzoni extra. In poche parole, l’appuntamento non era più solo con l’uscita dell’album, ma si attendeva con entusiasmo anche la pubblicazione del singolo o dell’Ep.
Anche se il britpop si diffuse nei primi anni Novanta, non è tuttavia possibile datare con precisione la sua nascita. Gli stessi addetti ai lavori hanno pareri contrastanti.
Secondo il giornalista John Harris, autore nel 2003 del libro The Last Party: Britpop, Blair and The Demise of English Rock, tale corrente culturale ebbe inizio con la pubblicazione di Popscene dei Blur e The Drowners dei Suede nella primavera del 1992. A tal proposito affermò: «Se il britpop è nato da qualche parte, è nelle acclamazioni che salutarono il primo disco dei Suede: tutto audace, di successo e molto, molto british». In effetti, quando la scena madchester e lo shoegaze sembrarono aver imboccato un vicolo cieco, la band di Brett Anderson fu la prima formazione a tentare coraggiosamente di opporsi al dilagante grunge di Seattle.
A dire il vero i La’s di Lee Mavers e John Power furono i primi, nel 1990, a provare nostalgia per il sound anni Sessanta e scelsero di riproporlo in patria, con le dovute progressioni tecniche, nel loro primo (e unico) album, provando a sancire l’inizio dell’ascesa di un nuovo terremoto musicale dai tempi dei Beatles. Dopotutto il messaggio più immediato che il britpop cercò di trasmettere è che «è solo una questione di date». È sufficiente rovesciare i ’60 per ottenere i ’90! Ecco perché i Blur erano british quanto i Kinks o gli Small Faces.
Tuttavia il termine “britpop” venne usato per la prima volta già nel 1987 nel magazine “Sounds” dal giornalista John Robb, che lo usava per identificare per l’appunto gruppi come La’s, Stone Roses, Inspiral Carpets e Bridewell Taxis in un contesto di nazionalismo dilagante.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
In termini musicali, il britpop si fonda sul mescolamento delle diverse mutazioni (o progressioni) che il rock aveva subìto in epoche precedenti. Un fare strafottente assorbito da strutture di brani semplici ed efficaci segnano l’ultimo gigantesco business dell’industria musicale britannica. Testi piuttosto ispirati nei quali ognuno ha trovato qualcosa da dire. Chiaramente non stiamo parlando di innovatori, ma di una miriade di band – alcune tuttora in vita e altre sgretolatesi sul nascere – capaci di reinventare la musica pop a modo loro in un contesto privo di lampi e in cerca di nuove guide spirituali. L’unico neo è stato l’affievolirsi della loro energia appena superati i confini nazionali.
I singoli erano faccende importanti: ognuno conteneva delle B-side che, contrariamente a quanto avvenuto fino ad allora dai tempi dei Beatles e dei Rolling Stones, erano tutte all’altezza (se non migliori) della traccia maestra. Fu proprio il concetto di lato B a essere rivoluzionato, permettendo al singolo di tornare sul mercato in grande stile. E così ecco che Supergrass, Oasis, Radiohead, Verve (in Usa solo gli Smashing Pumpkins tra le formazioni dai grandi numeri), incidono e pubblicano a valanga singoli con canzoni extra. In poche parole, l’appuntamento non era più solo con l’uscita dell’album, ma si attendeva con entusiasmo anche la pubblicazione del singolo o dell’Ep.
Anche se il britpop si diffuse nei primi anni Novanta, non è tuttavia possibile datare con precisione la sua nascita. Gli stessi addetti ai lavori hanno pareri contrastanti.
Secondo il giornalista John Harris, autore nel 2003 del libro The Last Party: Britpop, Blair and The Demise of English Rock, tale corrente culturale ebbe inizio con la pubblicazione di Popscene dei Blur e The Drowners dei Suede nella primavera del 1992. A tal proposito affermò: «Se il britpop è nato da qualche parte, è nelle acclamazioni che salutarono il primo disco dei Suede: tutto audace, di successo e molto, molto british». In effetti, quando la scena madchester e lo shoegaze sembrarono aver imboccato un vicolo cieco, la band di Brett Anderson fu la prima formazione a tentare coraggiosamente di opporsi al dilagante grunge di Seattle.
A dire il vero i La’s di Lee Mavers e John Power furono i primi, nel 1990, a provare nostalgia per il sound anni Sessanta e scelsero di riproporlo in patria, con le dovute progressioni tecniche, nel loro primo (e unico) album, provando a sancire l’inizio dell’ascesa di un nuovo terremoto musicale dai tempi dei Beatles. Dopotutto il messaggio più immediato che il britpop cercò di trasmettere è che «è solo una questione di date». È sufficiente rovesciare i ’60 per ottenere i ’90! Ecco perché i Blur erano british quanto i Kinks o gli Small Faces.
Tuttavia il termine “britpop” venne usato per la prima volta già nel 1987 nel magazine “Sounds” dal giornalista John Robb, che lo usava per identificare per l’appunto gruppi come La’s, Stone Roses, Inspiral Carpets e Bridewell Taxis in un contesto di nazionalismo dilagante.
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