Due secoli di Frankenstein Il mostro che ci commuove

31 Dicembre 2017

Dal romanzo di Mary Shelley al vampiro di Polidori fino a Mel Brooks

La Creatura compie domani 200 anni. La sua creatrice, la scrittrice Mary Shelley (1797-1851), non le diede un nome. Di volta in volta nelle sue pagine chiama mostro, demonio, abominio l’essere assemblato con pezzi di cadaveri e riportato in vita. Ma in due secoli un planetario pubblico di lettori e poi di spettatori - tra teatro, cinema, televisione – ha ribattezzato il prodigio col nome dello scienziato che nel libro è il suo artefice, Frankenstein.
Futura sposa del poeta romantico Percy Bysshe Shelley, la giovane e colta Mary, figlia del filosofo libertario William Godwin e della scrittrice Mary Wollstonecraft, pioniera del femminismo col manifesto “Vindication of the Rights of Woman” (1792), pubblicò il suo romanzo “Frankenstein: or, The Modern Prometheus” il 1° gennaio 1818. All’epoca Mary aveva vent’anni. Ma era ancor più giovane quando ebbe l’illuminazione di una storia e di un personaggio che avrebbero fondato il romanzo gotico. Tra storie di fantasmi, atmosfere tenebrose, suggestioni e allucinazioni, la genesi del libro “Frankenstein” è dark e inquieta come la vicenda in esso raccontata, tanto da aver ispirato a un regista visionario come Ken Russell il suo film horror “Gothic” (1986).
Uno straordinario consesso di geni si riunisce a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, nella sera da tregenda del 16 giugno 1816, tra lampi e fulmini (il 1816 fu “l’anno senza estate”, per gli effetti di un’eruzione vulcanica in Indonesia). Ospiti del poeta George Byron, si ritrovano il suo medico personale John William Polidori, il poeta Percy Shelley, Mary Godwin Wollstonecraft e la sua sorellastra Claire Clermont, amante di Byron. Rinchiusi in casa, dopo aver ingannato il tempo leggendo come ogni sera antiche storie tedesche di fantasmi, i cinque decidono di sfidarsi nella scrittura di un racconto dell’orrore.
È la stessa Mary Godwin a raccontare come fu visitata dall’ispirazione: «La serata trascorse in simili conversari e già la luna era alta prima che ci ritirassimo a riposare. Appoggiai la testa al cuscino, ma non mi addormentai né si può dire che indugiai a riflettere. Non più tenuta a freno, la mia fantasia prese il sopravvento su di me e mi mise di fronte a una serie di immagini che mi trascorsero davanti alla mente con una chiarezza di gran lunga superiore a quella di un sogno. Vidi con gli occhi chiusi, ma con una mente ben sveglia, il pallido studioso di un’arte profanatrice inginocchiarsi accanto al risultato della sua opera, vidi l’orribile fantasma di un uomo disteso dare qualche segno di vita, per via di un potente meccanismo: lo vidi agitarsi, ancora informe ma già quasi umano. Era qualcosa di spaventoso, poiché spaventosa deve essere la conseguenza di ogni tentativo dell’uomo di sostituirsi al Supremo Creatore».
Già in queste parole viene sottolineata la hybris dello scienziato creatore, così simile all’arroganza di Prometeo, prima riflessione dell’attualissimo dibattito sui limiti etici della scienza. La creatura, subito ripudiata dal suo creatore, si scontra con l’ostilità altrui (ecco il tema anch’esso attuale della diversità) e reagisce con la vendetta seminando morte. Ma non ha chiesto lui di venire al mondo. In fondo, come tanti lettori e, in seguito, spettatori, anche l’autrice sembra essere dalla sua parte. Perché, altrimenti, porre a esergo del suo romanzo una citazione dal “Paradiso perduto” di Milton, testo che la futura signora Shelley conosceva bene: «Chiuso entro la mia creta, ti ho forse io chiesto, Creatore, di diventare uomo? Ti ho forse chiesto io di suscitarmi dalle tenebre?».
Chi è il peggiore? Lo scienziato o la sua creatura? Condannata a un’infelicità perenne, la creatura uccide il fratello e la moglie del dottor Frankenstein e fugge, inseguita dallo scienziato fino al Polo Nord. Il dottore muore, il mostro decide di uccidersi col fuoco. Non sappiamo se lo fa davvero. Di sicuro sopravvive al suo artefice nell’immaginario collettivo, tanto da rubargli il nome.
Il romanzo di Mary Shelley ebbe critiche sfavorevoli ma un enorme successo di pubblico. Nel 1831 uscì nella versione definitiva, secondo molti influenzata nella stesura da Percy Shelley. Cosa alquanto improbabile, visto che il poeta morì già nel 1822. Un destino di morte accomunò infatti, come una maledizione, i tre uomini presenti nella notte tempestosa di Villa Diodati: Shelley annegò a trent’anni nel mare di fronte a Lerici nel naufragio della sua goletta; nel 1821 John Polidori si suicidò a 26 anni; nel 1824 il 36enne Byron morì a Missolungi, forse di febbri reumatiche.
Da quella notte di fantasmi, oltre al “Frankenstein” di Mary Shelley, scaturì un altro testo fondativo, ma sconosciuto ai più, della letteratura gotica, “Il vampiro” di John Polidori. Pubblicato nel 1819, ben prima del “Dracula” di Bram Stoker (1897), il racconto breve di Polidori introdusse per la prima volta nella letteratura inglese la figura del vampiro, identificandolo come un aristocratico dal fascino tenebroso (chiaramente ispirato all’amico lord Byron), molto lontano dalle truculente leggende popolari. La figura e l’opera di John Polidori furono riscoperte molti anni dopo grazie al nipote William Michael Rossetti, che nel 1911 riordinò e pubblicò i diari dello zio. Poeta e critico letterario, William Michael era figlio della sorella di Polidori, Frances, e dell’esule vastese Gabriele Rossetti, che ebbero altri tre figli, tutti nati dopo la morte di John Polidori: Maria Francesca, critica letteraria e suora anglicana; Dante Gabriel, poeta e pittore, fondatore del movimento preraffaellita; Christina Giorgina, poetessa, riscoperta negli anni Settanta del Novecento dalle studiose femministe.
Oltre che su Polidori, Shelley e Byron, l’ombra tenebrosa di quella notte di fantasmi a Villa Diodati sembrò allungarsi anche sul primo Frankenstein cinematografico, la pellicola del 1931 (preceduta dal cortometraggio muto del 1910 di Dawley) con Boris Karloff nella parte del mostro. Il regista James Whale morì misteriosamente nella sua piscina, lo sceneggiatore Garret Fort si suicidò. Il successo del film fu in compenso straordinario e inaugurò una saga che continua tuttora. Tra le tante trasposizioni, più o meno fedeli al romanzo, vanno ricordati almeno “Frankenstein di Mary Shelley” di Kenneth Branagh (1994), con Robert De Niro nella parte della creatura, Branagh/dottor Frankenstein e Helena Bonham Carter nel ruolo della fidanzata Elizabeth (lavorazione con grandi litigi tra il regista e il produttore Francis Ford Coppola) e l’impareggiabile parodia “Frankenstein Junior” di Mel Brooks (1974), con Gene Wilder, Marty Feldman e Peter Boyle nella parte del mostro colto e seduttore: «Adoro questa tua lampo!» gli dice Elizabeth dopo l’amplesso, accarezzandogli la cicatrice sul collo.
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