E a 80 anni Jane Fonda torna sulle barricate

L’attrice alla ribalta con un documentario sulla sua vita e la battaglia per il diritto di asilo negli Usa delle donne violentate
Barbarella, Hanoi Jane, la sacerdotessa della ginnastica aerobica, e nauturalmente, figlia di un gigante della storia del cinema, Henry Fonda, e sorella di Peter Fonda, l’eroe hippie del film di culto degli anni Sessanta, “Easy Rider”.
Sono molte le incarnazioni di Jane Fonda, l’attrice due volte premio Oscar (per i film “Una squillo per l’ispettore Klute” nel 1971 e “Tornando a casa” nel 1978), che nel dicembre scorso ha compiuto 80 anni. “Jane Fonda In Five Acts” è il titolo del documentario della Hbo che sarà presentato al Biografilm Festival di Bologna, il festival cinematografico che indaga le nuove tendenze del documentario e della fiction, in programma dal 14 al 21 giugno. Nel frattempo Jane, 45 anni dopo le sue battaglie contro la guerra in Vietnam, è tornata sulle barricate , stavolta contro il ministro della Giustizia Usa, Jeff Sessions, in difesa del diritto delle donne abusate all'estero di chiedere asilo negli Stati Uniti .
Il documentario “Jane Fonda In Five Acts” è firmato dalla pluripremiata regista e produttrice Susan Lacy (14 Emmy, 3 Ida Award). Il film sarà proposto in prima tv esclusiva in Italia dal canale Sky Cinema il prossimo autunno. Il documentario è uno sguardo intimo sul suo singolare percorso di vita, con interviste - tra gli altri - a Robert Redford, a Lily Tomlin, alla produttrice Paula Weinstein e agli ex-mariti Tom Hayden e Ted Turner. I primi quattro atti della vita di Jane Fonda sono scanditi dai nomi dei quattro uomini che hanno condiviso e influenzato le sue scelte di vita. Il quinto atto invece è intitolato alla stessa Fonda, chiamata a confrontarsi con i suoi demoni, riunirsi alla sua famiglia e rimettere in piedi una carriera di successo sia come attrice che come attivista.
Come attivista, invece, Jane Fonda ha trovato nel diritto di asilo, oggi ancora negato, negli Stati Uniti delle donne vittime di crimini all’estero il suo nuovo campo di battaglia. A scatenare il suo impegno è stato il caso di A.B., una donna del El Salvador brutalizzata in patria dal marito.
L’attrice ne ha raccontato la storia sul New York Times in un articolo co-firmato con l'avvocatessa per i diritti umani, Karen Musala, direttrice del Center for Gender and Refugee Studies allo Uc Hastings College of the Law, che di A.B. si è accollato la difesa. «Il marito l'ha picchiata e stuprata. Ora Sessions potrà deportarla», scrivono Fonda e Musala spiegando che in marzo, «inspiegabilmente», il ministro della Giustizia americano si è arrogato il caso che sembrava in dirittura di arrivo. «Utilizzando un potere raramente usato, ha assegnato la petizione di A.B. a se stesso per un ulteriore esame», scrivono ancora Fonda e Musala ricordando che, dal 2014, gli Stati Uniti sono diventati un faro di speranza per donne in fuga da violenze nel loro Paese: quell'anno il Board of Immigration Appeals stabilì che una persona in fuga da grave violenza domestica poteva ricevere asilo se questa violenza arrivava al livello di una persecuzione e se il Paese di origine non poteva o voleva punire il responsabile.
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