E Clinton disse: «Attenti a sottovalutare Donald»

9 Ottobre 2017

L’ammonimento dell’ex presidente e la predizione di Michael Moore: «Sarà lui a vincere le elezioni»

Pubblichiamo l’inizio dell’introduzione al libro “Trump” di Gennaro Sangiuliano edito da Mondadori.

di GENNARO SANGIULIANO
Quando, il 16 giugno 2015, il «palazzinaro» Donald Trump scende da una delle lussuose e dorate scale mobili della Trump Tower e raggiunge il podio, in un ambiente che sembra più congeniale al lancio di una nuova linea cosmetica di creme che all’annuncio della candidatura a presidente degli Stati Uniti, i media mainstream liquidano l’evento come l’ennesima trovata dell’eccentrico tycoon, che da anni fa del suo nome un brand commerciale e quindi è alla continua ricerca di pubblicità. Non prendono neanche vagamente in considerazione la possibilità di una sua vittoria.
Eppure, sta per iniziare un’incredibile cavalcata elettorale che lo porterà alla Casa Bianca.
Il primo atteggiamento è di sufficienza e derisione. Poi, man mano che il fenomeno Trump si rivela numericamente consistente il tono cambia, si fa aggressivo, spesso denigratorio. Il columnist del «New York Times» Frank Bruni lo definisce il Berlusconi americano, dimenticando che nella recente storia delle elezioni presidenziali c’è già stato un precedente, quello del miliardario texano Ross Perot.
Rozzo, incolto, arrogante, sessista, per la stragrande maggioranza dei commentatori, Trump è il concentrato del peggio. Eppure, per certi versi, è proprio lui a interpretare meglio di chiunque altro l’essenza del sogno americano.
Nato nel Queens, il più popolato dei boroughs di New York, da padre di origine tedesca e madre scozzese, ha saputo costruire un impero economico che la rivista «Forbes» stima in quattro miliardi di dollari e che spazia dall’immobiliare ai casinò di Atlantic City, agli alberghi di Las Vegas e ad alcuni format televisivi di successo, a cominciare dal reality show «The Apprentice». Trump è certamente un personaggio complesso, un Giano bifronte.
Non proprio un esempio di stile, si dirà. Eppure, nella sua biografia si possono rintracciare elementi sorprendenti che non sono stati quasi mai raccontati, forse perché non coerenti rispetto all’abito che gli era stato cucito addosso.
Adolescente indisciplinato, quasi un teppista, Donald ha poi studiato, in maniera proficua, da primo della classe, alla NYMA (New York Military Academy), uno dei più rigorosi licei militari americani, e ha frequentato la Wharton School dell’Università della Pennsylvania, un ateneo fortemente orientato agli studi economici e ritenuto fra i migliori al mondo in questo ambito. Con un fiuto animalesco per gli affari, si rivela spregiudicato, ai limiti delle regole, ma capace di portare a termine progetti ambiziosi; diciottenne, mentre nei weekend i coetanei si divertono, lui passa ore a scorrere i bollettini delle aste immobiliari, opziona l’acquisto con una piccola caparra e poi rivende immediatamente, realizzando cospicui surplus.
In cuor suo si è preparato almeno per trent’anni all’appuntamento con la politica, ha scritto libri, alcuni dei quali hanno venduto centinaia di migliaia di copie.
Vincerà le elezioni facendo l’esatto contrario di quello che impongono i vademecum del politicamente corretto, che sempre di più condizionano le nostre vite. Mentre i candidati erano alla ricerca del sostegno dell’establishment, lui massacrava i poteri forti, dicendo le cose che le donne e gli uomini della strada pensano ma non hanno la possibilità di dire.
Ogni tentativo di spiegare l’ascesa politica di Donald Trump con le lenti convenzionali e le vecchie categorie, insomma, è destinato a essere insufficiente. Solo un racconto meticoloso e rigoroso, scevro di inutili pregiudizi, aderente alla verità e impietoso nel racconto dei fatti, può farci comprendere perché Trump sia diventato presidente degli Stati Uniti d’America.
I media, tutti impregnati della moral righteousness, un’autocelebrata superiorità morale, e quasi tutti proni nel racconto delle virtù di Hillary Clinton, non sono stati capaci di intuire quello che stava accadendo. Hanno ristretto il loro campo di azione alla visuale delle élite di Manhattan e San Francisco, dimenticando che l’America è molto più vasta e problematica.
L’ex presidente Bill Clinton, anche lui personaggio empatico, che, paradossalmente, ha tratti simili a quelli di Trump, all’inizio della cavalcata dichiara: «Attenti a sottovalutare uno come Donald Trump». Il colorito regista Michael Moore, un anti-trumpista non sospettabile della minima simpatia, dice: «L’elezione di Trump sarà il più grande vaffanculo della storia umana. Sarà lui a vincere ».
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