E Malaussène sbarca nel nuovo millennio
Torna Daniel Pennac con un romanzo che resuscita il personaggio che lo ha reso famoso
PARIGI. Riecco Benjamin Malaussène, 30 anni dopo. L'eroe strampalato, con la sua enorme famiglia multietnica, nella cornice del quartiere più colorato di Parigi, Belleville, torna a vivere grazie alla penna che lo creò, Daniel Pennac, in una serie che - appena uscita - ha già incuriosito il pubblico francese. Il primo tomo si intitola “Il caso Malaussèn”». Sono lontani i tempi de “Il paradiso degli orchi”, de “La fata Carabina” e “La prosivendola”, libri che furono un successo indimenticabile anche in Italia, gialli surreali che giravano attorno al giovane protagonista, nato da madre nomade e con tanti padri sconosciuti.
Furono sei volumi e sei successi, fra il 1985 e il 1998, poi Pennac prese le distanze da quel mondo così speciale da lui inventato. E si dedicò ad altri tipi di scrittura, al teatro, alle storie a sfondo autobiografico o sociale. «Sono tornato complice di me stesso. E ho ritrovato un vecchio amico che è invecchiato meno di me», ha spiegato Pennac, 73 anni, in un'intervista pubblicata dall'inserto letterario di Le Figaro.
Malaussène non è cambiato, ma tutto attorno a lui è diverso. Anche se ad avere la meglio è sempre il suo mondo, i suoi familiari, le persone che vengono a contatto con lui. Eppure, l'eroe di Pennac sbarca nel secolo della mondializzazione, del terrore jihadista nelle città, della crisi ormai radicata. «Si ritrova in una storia», spiega Pennac,«che subisce senza comprendere, una storia di cui sarà vittima e che non capisce mentre si sta svolgendo».
Accanto a Benjamin, archetipo da sempre del «capro espiatorio», nella nuova serie c'è lo scorbutico scrittore Alceste. La storia, in gran parte ambientata a Parigi, ruota attorno al rapimento di tale Lapieta, dirigente di un gruppo industriale importante. Lo prelevano mentre va a ritirare il suo ricchissimo assegno, il bonus dorato che ne fa un privilegiato della società. E su questa storia si innesta la vena sociale e «solidale» del nuovo Pennac.
Il sequestro di Lapieta diventa lo sfondo della scena, sulla quale sono protagonisti i rapitori, che esigono giustizia sociale dalle autorità, ma anche lo stesso rapito, al quale Pennac, che negli ultimi anni ha più volte evocato nei suoi lavori il principio inderogabile di solidarietà. Ma che non rinuncia a dar voce, e con una certa stupefatta indulgenza, anche al simbolo del capitalismo selvaggio Lapieta.
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