E Ovidio abbandonò il Latino per celebrare Augusto

Lo scrittore di Sulmona in esilio a Tomi in Romania scrisse un poema nella lingua locale: «Qui il barbaro sono io che non sono compreso da nessuno»
di Nino Motta
«Dio è nato in esilio» è il romanzo con cui Vintila Horia, poeta e scrittore romeno, nel 1960, vinse il Premio Goncourt. Ma, in seguito a una campagna denigratoria orchestrata contro di lui dal governo romeno, per essersi rifiutato di farsi fotografare con un funzionario dell'Ambasciata romena a Parigi, dovette restituirlo. L'opera è un immaginario diario di Ovidio relegato a Tomi. Nella vita da esule di Ovidio, Horia rivede la sua. Entrambi erano stati strappati agli affetti e privati della libertà da un regime dispotico: quello di Augusto l'uno, quello comunista l'altro. L'interesse di Horia per Ovidio potrebbe sembrare dettato dal comune destino di esuli. Ma negli stessi anni, per l'esattezza nel 1956, un altro poeta romeno, ma sostenitore del regime, Mihai Beniuc, pubblicava "La morte del poeta". Il poeta è Ovidio. E la morte per lui è la fine di lungi anni di tormenti e di sofferenze.
Siamo nell'inverno del 17 d.C.. Ovidio ha ormai perso ogni speranza di ritornare in patria. La passeggiata lungo la spiaggia offre al poeta lo spettacolo di uccelli che migrano verso Sud. Spettacolo che acuisce il suo dolore A partire dal XIX secolo sono tanti gli artisti romeni che si sono ispirati o hanno imitato il grande poeta latino. Dare conto di tutti è impossibile. Basti ricordare il più importante poeta romeno Mihai Eminescu, che con Ovidio sentiva una profonda affinità; il drammaturgo Vasile Alecsandri, considerato il padre del teatro nazionale romeno, che nel 1885 rappresentò nel Teatro di Bucarest "Ovidiu" e lo storico Nicolae Jorga, definito il "Voltaire romeno", che compose un poema drammatico intitolato "Ovidio".
Come si spiega così tanto interesse dei romeni per il Grande Sulmonese? La Romania, tra le nazioni dell'Europa orientale, è l'unica ad avere una lingua neolatina, come l'Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo. Dunque non ci sarebbe da stupirsi se per conoscere le proprie radici linguistiche i romeni studiassero la letteratura latina. Perché allora questa predilezione per Ovidio? Perché per i romeni Ovidio è il loro primo poeta.
Ovidio raggiunse Tomi, dove era stato relegato da Augusto, il 10 marzo del 9 d.C.. Appena giunto, descrive la primavera senza verde e senza fiori, i fiumi non verdeggiano di salici, manca la vite, vegeta solo l'amaro assenzio. Se avesse potuto raggiungere il Danubio, avrebbe trovato una densa vegetazione e anche la vite Tomi (oggi Costanza) era una piccola città portuale sul Mar Nero. Basava sua economia sul commercio ed era molto più civilizzata di quanto Ovidio avesse potuto immaginare. Gli scavi archeologici hanno portato alla luce case pavimentate, l'acquedotto, templi, teatro, bagni, scuole. Una città, dunque, in cui si poteva vivere anche bene, ma per Ovidio, che aveva dovuto abbandonare gli agi e la vita mondana di Roma, era un luogo selvaggio e inospitale Era solo, senza moglie, senza amici, con l'incombente pericolo di orde nemiche (Geti nomadi e Sarmati) che, armati di archi e di frecce, invadevano il territorio di Tomi seminando morte.
Ovidio, dunque, viveva in una condizione che non gli permetteva di cogliere il lato positivo della città. Gli abitanti di Tomi erano in maggior parte Geti civilizzati La lingua latina, almeno tra gli indigeni, era completamente sconosciuta. Così Ovidio si vede così costretto a parlare da solo ("ipse loquor mecum"). E per farsi capire deve esprimersi a gesti: «Qui il barbaro sono io che non sono compreso da nessuno/ e gli stolti Geti si fanno beffe delle parole latine». Per evitare di essere messo in ridicolo da parte di coloro che considerano lui stesso un barbaro, si mette a studiare la loro lingua.
Alla fine del quarto anno di esilio si vanta di «avere appreso a parlare la lingua getica e sarmatica». Un ulteriore passo in avanti. Ovidio lo compie diventando poeta getico. L'occasione si presenta nel 14 d. C., quando, morto Augusto, compone il suo poema in lingua locale, dandone notizia a Caro: «Ho scritto un libro anche in lingua getica/ e disposto parole barbare secondo la metrica latina». Il poema, che tesse le lodi della famiglia Iulia, suscita l'ammirazione della popolazione.
Dopo la morte di Augusto, Ovidio comincia a rassegnarsi all'idea di non poter mai più rivedere Roma. Cerca cosi di rappacificarsi con il paese che lo ospita, Ammette di essersi lamentato dei rigori dell'inverno e dei pericoli della guerra, ma verso gli abitanti del posto dice di aver nutrito sempre sentimenti di affetto e riconoscenza per l'ospitalità e gli onori ricevuti. In una delle sue ultime "Lettere dal Mar Nero", scrive: «O abitanti di Tomi, che io amo,/mentre odio a morte il vostro paese. La mia sorte è stata accolta da voi con dolcezza./La mia razza peligna e Sulmona, la mia terra natale,/ non avrebbero potuto essere più indulgenti con la mia disgrazia,/Finora su queste rive solo io sono esente da imposte./Voi avete cinto le mie tempie di una corona sacra». Alla morte del poeta, tra la fine del 17 e l'inizio del 18 d.C., gli abitanti di Tomi gli rendono gli onori funebri e gli costruiscono una tomba all'altezza della sua fama, all'ingresso della città.
Oggi i loro discendenti lo onorano partecipando attivamente, insieme a Sulmona, alle celebrazioni per il bimillenario della sua morte.
©RIPRODUZIONE RISERVATA