EDOARDO ALBINATI: AL “JOHN FANTE” CON IL NUOVO LIBRO

Lo scrittore sarà a Torricella Peligna sabato prossimo «“Uscire dal mondo?” Scapperei dalle estati italiane»
PESCARA. «Intimo, letterario e spero autentico».
Con questi tre aggettivi lo scrittore Edoardo Albinati descrive il suo libro Uscire dal mondo, edito da Rizzoli, che sarà presentato sabato alle 18.30 nella Pineta comunale di Torricella Peligna in occasione del John Fante Festival, l’evento giunto alla sua XVIII edizione, che in occasione dei quarant’anni dalla morte dell’autore di origini abruzzesi raddoppia il suo appuntamento (28-30 luglio, 19-20 agosto).
Perché un libro sull’isolamento?
Non è stata una scelta presa in partenza. Avevo pensato ai personaggi e alle storie, non al tema. Però, scritti questi tre racconti, mi sono accorto che c’era il nesso dell’isolamento o provocato o subìto a seconda dei casi.
Internet, il Covid, la sua esperienza lavorativa in carcere: quale fattore l’ha ispirata di più?
Sicuramente non il Covid perché i racconti sono stati scritti prima, anche se la pandemia ha dato la possibilità a tutti di vivere la condizione dei personaggi, facendo capire cosa significa essere impossibilitati ad avere rapporti con gli altri. Il carcere sicuramente è fonte di ispirazione per il primo racconto, ma molto è nato guardando dentro me stesso.
Che rapporto ha con la solitudine?
Sono uno dei tanti che la teme, ma al tempo stesso la desidera. È un movimento oscillatorio tra il desiderio della presenza e il voler fuggire dagli altri. Ho fatto un test contenuto in un testo di neuropsichiatria per misurare la percezione della solitudine, indipendentemente dalla realtà dei fatti. Basti pensare che la metà delle persone che soffrono di solitudine a livello patologico sono sposate. Ho ottenuto un punteggio altissimo come se io fossi un eremita o un reietto, nonostante non lo sia affatto.
In quali contesti le piacerebbe scappar via, uscire dal mondo?
L’estate italiana. Spesso ci si isola per paura del giudizio degli altri.
Per uno scrittore, c’è un prima e dopo Premio Strega, un’ansia da prestazione?
Magari può incidere sui lavori successivi perché si può avere la sensazione statistica di aver già dato il meglio. Ma per me, zero. Anzi forse l’ansia da prestazione mi è passata con il premio. Forse se lo avessi vinto a trent’anni allora sì, ma ne avevo quasi sessanta, per cui c’è anche un’aspettativa minore.
Quando un libro diventa un film, come nel caso di “La scuola cattolica”, l’autore ha uno sguardo più critico o un po' di gelosia?
Io sono molto liberale. Una volta finito un libro non è più mio e gli altri possono farci quello che vogliono. Ritengo che sarebbe sempre meglio vedere prima il film e poi leggere il libro, perché il primo per forza di cose deve essere una riduzione del secondo. Ma la pubblicazione per me equivale a liberarsi di un libro, non è più mio, appartiene al passato.
È nel suo futuro oggi cosa c’è?
Sono al lavoro su un nuovo libro. Ci sono dentro tanti temi, i due principali sono amore e ragione, i due poli della vita.
Qual è il suo pensiero su John Fante?
Io ho avuto una fortuna casuale: circa 35 anni fa, mi fecero leggere alcuni libri di John Fante nel periodo in cui, dopo essere stato un po’ dimenticato, stava per cominciare la sua renaissance. La Mondadori, che voleva riscattarlo, mi diede da leggere Chiedi alla polvere, per avere un giudizio sulla traduzione. Pensai: Accidenti! Da lì ho iniziato a leggerlo. Anche se è molto diverso da me e non può essere per me un esempio. Ma io amo gli scrittori diversi da me. La cosa che mi piace di più di lui è proprio la scrittura, non tanto i personaggi o le storie, seppure molto suggestive. Il suo modo di scrivere falsamente naturale, frutto di una grande maestria anche se dà l’impressione di essere spontaneo.
Che rapporto ha, invece, con l’Abruzzo?
Il mio rapporto con l’Abruzzo, onestamente, è molto episodico. Ci sono stato molte volte ma non posso dire di conoscerlo. Ricordo in particolare un episodio che oggi fa sorridere ma che fu abbastanza traumatico: feci un viaggio in macchina con Alberto Arbasino (scrittore, ndc) con un autista che guidava a 220 km/h sull’autostrada. Ci vergognammo entrambi di dirgli di rallentare, così lui chiamò al telefono altre persone che, a loro volta, chiamarono l’autista per dirgli di andare più piano.
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