Emy: «Così a scuola imparai da sola a farmi valere...»

Continua il racconto della ragazza vastese «Giocavo alle Barbie con un’amica al telefono»
Il “viaggio” con Emy, cominciato in Germania, ad Esslingen, tra i primi ricordi, la scuola materna, le scoperte e l'arrivo di un fratello continua.
Emy, ci racconti qualcosa della tua infanzia con tuo fratello?
«Mio fratello rivoluzionò la nostra vita. Portò con sè notti insonni, vivacità e crescendo un mucchio di pasticci. Era un piccolo terremoto pieno di energie e voglia di scoprire il mondo. Ad un anno era sul suo triciclo e giocava con me sul terrazzo di casa, a due anni lo trovammo in piedi su uno sgabello davanti al fornello con la pentolina e un uovo con l'intenzione di farselo lesso: aveva fame».
Tu non vedevi, lui si. Come è stato crescere insieme?
«Per i miei genitori non fu sempre facile fargli capire che io potevo toccare le cose e lui no. Io non vedevo e dovevo toccare per capire cosa avessi davanti, lui poteva vederlo. Solo che ad un bambino di due o tre anni questo concetto non è del tutto chiaro. Da subito, fra me e mio fratello c'è stato un legame profondo, ancora oggi è il mio migliore amico».
Mentre lui era piccolo, tu iniziavi la scuola elementare, una giornata rimasta indimenticabile: cosa ricordi?
«Gran parte della giornata, la trascorrevo a scuola. Tante volte ero stanchissima ma ugualmente entusiasta di poter raccontare a mamma, papà e fratello quello che avevo imparato. Ero particolarmente felice quando ci portavano a visitare l'enorme zoo di Stoccarda, il Wilhelma, dove è riprodotto fin nei minimi particolari l'habitat di ogni animale. Noi della scuola per non vedenti avevamo il permesso di toccarli. Fu così che presi in braccio un pinguino baby morbidissimo, toccai un cammello dal pelo folto, diedi da mangiare a Lola, l'elefantessa, sentendo sotto la mano la pelle rugosa e i suoi radi peli ispidi, cavalcai una testuggine enorme di cento anni. Fu bellissimo quando, due anni dopo, tornai allo zoo e Lola mi riconobbe. Si dice sempre che gli elefanti hanno la memoria di ferro».
Dalle tue parole, viene fuori l'energia, il desiderio di conoscere, imparare, giocare. La gioia nel fare le cose di ogni giorno. E' cosi?
«Era dura alzarsi presto la mattina e tornare nel tardo pomeriggio, ma sapevo che lo stavo facendo per me. Quei sacrifici mi hanno aiutata a diventare indipendente, hanno fortificato il mio carattere. A scuola c'erano molti bambini di età diverse e ho dovuto imparare a farmi valere e a difendermi da sola. Lì non c'erano mamma e papà pronti a proteggermi. Andavo d'accordo con quasi tutti, qualche volta ci sono stati disaccordi o gelosie, è normale. Poi è arrivata una ragazza nuova nella mia classe che è diventata la mia migliore amica».
«A scuola stavamo tutto il giorno insieme e una volta arrivate a casa, ci telefonavamo così a lungo da fare in modo che i nostri genitori aggiungessero una linea telefonica solo per noi. Lei abitava a cinquanta chilometri di distanza e non potevamo incontrarci spesso durante i fine settimana o dopo scuola, così giocavamo con le Barbie al telefono, inventando storie di cavalli, ranch e gare al salto con gli ostacoli oppure mettevamo insieme scalette dei concerti della nostra band preferita, facendo finta di essere una di loro».
Arriva il momento di scegliere tra scuola per non vedenti a trecento chilometri da casa o l'integrazione in una scuola pubblica. Una scelta importante, qual è stata la vostra?
«I miei genitori scelsero l'integrazione che nel 2002 in Germania era legale da solo cinque anni. Iniziò così, una serie di riunioni con i professori, con l'assessore alla pubblica istruzione, col preside e con i genitori. Molti si dimostrarono sfavorevoli perché avevano paura che una ragazza non vedente rallentasse l'andamento delle lezioni. Venivo integrata in quella scuola per merito, con una media molto alta e non per pietà. Una professoressa rassicurò i genitori, la mia presenza in classe non avrebbe assolutamente influito sull'andamento delle lezioni».
Integrarsi vuol dire anche confrontarsi. Nella nuova scuola tra diverse realtà. Come è andata praticamente?
«Iniziai la mia avventura in una nuova scuola, vicino casa, affiancata da un ragazzo, del servizio civile. Mi veniva a prendere tutte le mattine alle sette e mezza, le lezioni cominciavano alle otto meno un quarto, era presente nelle ore in cui avevo bisogno: matematica, prevalentemente, poi mi riaccompagnava a casa. Mi preparava delle schede tattili per geografia o scienze. Usavo il computer, un portatile su cui prendevo appunti e svolgevo i compiti in classe. Quel portatile fu fonte di polemiche. Alcuni “geni” pensavano che fossi avvantaggiata perché lo usavo, senza sapere che io avrei dato qualsiasi cosa pur di usare un quaderno come tutti gli altri».
Perché avvantaggiata?
«Pensavano che bastasse premere un tasto e i miei compiti in classe potevano apparire come per magia. Non sapevano che io studiavo quattro ore al giorno e per questo avevo voti alti. Tante volte il computer si bloccava, a metà compito in classe per esempio e dovevo ricominciare daccapo. Con tanta pazienza, ho spiegato loro che il computer era solo un ausilio che mi rallentava perfino. Questo perché sulla barra braille, che è uno strumento di screen reader su cui appare la punteggiatura, riuscivo a leggere una sola riga alla volta. Dovevo ricordare a memoria i numeri nelle operazioni in colonna, per esempio, o cosa era scritto al rigo superiore per continuare».
Le relazioni con gli altri nella scuola “integrata”, ti avranno messo di fronte anche a cose inaspettate…
«C'erano anche i soliti idioti che si divertivano a fare il gioco del “chi sono io?” spacciandosi per qualcun altro, come se un non vedente oltre ad essere tale fosse anche deficiente. E se la prendevano anche quando rispondevo in tono scocciato che sapevo benissimo chi fossero…».
A questo punto, il rientro in Italia. Un nuovo posto dove vivere, vicino al mare. Una nuova scuola, la lingua italiana conosciuta solo oralmente tra le mura di casa con un'intera grammatica da imparare.
Emy arriva a Casalbordino, un posto bellissimo, vicino a Vasto.
In una casa dove insieme ai suoi genitori e suo fratello, ci sono Lord un border collie, e Ikea, Kawasaki, Dexter, Fiocco e Belen i gattini.
(3, Continua)
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