“Esco a prendermi un caffè” la bellezza delle vite difficili

26 Febbraio 2016

PESCARA. E' un piccolo caso letterario, di quelli che silenziosamente conquistano il cuore dei lettori, dando occasione al passaparola di fare il resto, con una fortuna che se ne infischia dei...

PESCARA. E' un piccolo caso letterario, di quelli che silenziosamente conquistano il cuore dei lettori, dando occasione al passaparola di fare il resto, con una fortuna che se ne infischia dei critici e dei giudizi affrettati dei quotidiani. Parliamo di “Esco a prendermi un caffè” (Sette Città editore, € 8, pp 62), l'esordio alla scrittura dell'avvocato viterbese Maria Grazia Fontana la quale, più che cimentarsi con l'avventura della letteratura, ha voluto semplicemente raccontare una storia difficile che le stava a cuore, di quelle che per lei sono pane quotidiano nella professione, riuscendoci benissimo.

Il libro – che verrà presentato a Pescara oggi alle 18 nella sala da tè I giardini del Tè (via Fabrizi, 20) – tratta in modo leggero ma incisivo del difficile tema dell'affido familiare, quanto mai attuale in tempi di stepchild adoption e simili, legandolo all'ancor più drammatica questione della disabilità e della sua tutela. «In pochi parlano delle loro vite quando sono allegre e spensierate», scrive l'autrice in quarta, «e sembra che invece vadano raccontate storie tristi o dolorose. Questa è la storia di una vita bella, ma silenziosa, raccontata da altri e quindi a tratti immaginata, o meglio interpretata». Al centro la testimonianza silenziosa di una bambina disabile che vive l'esperienza dell'affido familiare, intessuta dalla storia autobiografica dell'autrice e della disabilità del fratello. Pagine dedicate a chi ha un problema di handicap e pensa che non vi sia voce nei loro bimbi e che non possa esservi luce nel loro futuro, ma anche a “noi”, i tutti gli altri che circondano queste famiglie – spesso con fare da elefanti, ma altrettanto spesso con tatto e sensibilità –, affinché possa esservi un agire, affettivo e politico, unitario negli intenti e negli esiti. «Quel senso di impotenza che ti fradicia le ossa...», scrive in un punto del libro Caterina, la protagonista disabile, «Quante cose vorrei fare ma non posso. Vorrei dire al mondo che lo amo, che sono qui pronta ad amarlo, ma le mie gambe non si muovono in modo agile, i miei occhi vedono poco, la mia bocca più che in un sorriso si apre in una grottesca smorfia. Eppure io mi vedo bella. Io sono bella e qualcuno mi vede così. In pochi mi ameranno per come sono. Io vorrei che tutti potessero amare la grandezza della mia anima. L'anima non si tocca. La si può solo sentire». Un libro di impatto emotivo e delicatezza stilistica che si legge in un'ora, e in quell’ora capace di cambiare il nostro punto di vista su di un tema che ci riguarda tutti.

Federica D’Amato

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