«Essere campioni non vuol dire soltanto vincere»

L’attore apre a Pescara il tour abruzzese nei teatri con “È questa la vita che sognavo da bambino?”
PESCARA. Salirà sul palco del teatro Massimo di Pescara per raccontare tre grandi sportivi italiani che hanno fatto sognare, tifare, ridere e commuovere più di una generazione. Luca Argentero sarà protagonista giovedì 6 dicembre di “È questa la vita che sognavo da bambino?”, spettacolo diretto da Edoardo Leo e targato Stefano Francioni Produzioni.
I testi sono a firma di Gianni Corsi, Edoardo Leo e dello stesso Argentero, le musiche di Davide Cavuti. Biglietti disponibili sui circuiti CiaoTickets (€30 per il primo settore, €25 per il secondo settore, €23 per il palco, €20 per la galleria; costi comprensivi dei diritti di prevendita; inizio alle ore 21). Lo spettacolo farà un tour in Abruzzo: il 7 dicembre al teatro Finamore di Gessopalena, il 15 febbraio all’Auditorium Sirena di Francavilla, il 22 marzo al Fenaroli di Lanciano, il 23 marzo al Talia di Tagliacozzo. Argentero racconta al pubblico le storie del ciclista Luisin Malabrocca, dell’alpinista Walter Bonatti e del campione olimpico di sci Alberto Tomba. Tre storie diverse l’una dall’altra, tre persone accomunate da una caratteristica: l’essere diventati degli eroi. «L’idea è di raccontare questi tre personaggi per parlare di me», dichiara al Centro l’attore. «Questa è la vita che sognavo da bambino? La risposta è sì, è molto meglio di come la sognavo. Come ci sono arrivato? Seguendo l’insegnamento dei miei genitori e le figure che mi hanno affascinato. Avere coraggio, essere intraprendenti. Non contano solo le vittorie, conta come ci si arriva».
Quale tra i 3 sportivi che racconta l’ha conquistata di più?
Sicuramente Tomba, è quello di cui ho ricordi più vivi. Malabrocca è un eroe delle mie letture, Bonatti è l’eroe dei racconti della mia famiglia. Tomba è quello che ho vissuto di più.
Che vita sognava lei da bambino?
Più che da bambino, da ragazzo. Quando si parlava con gli amici di cosa avremmo fatto da grandi dicevo: “Non voglio una vita in giacca e cravatta”. Con tutto il rispetto per chi sceglie di portare la giacca e la cravatta, io volevo vivere un’avventura. Questo lavoro mi ha portato ad avere una vita avventurosa e quel tipo di entusiasmo è proprio quello che racconto nello spettacolo.
Sognava di fare l’attore anche prima di partecipare al Grande Fratello? E potendo scegliere, oggi percorrerebbe altre strade?
Non era un desiderio che avevo da prima. Ma sicuramente nulla di quello che è stato ci sarebbe stato se non fosse partito da lì. Quella scelta ha avuto a che fare con il momento in cui l’ho fatta: volevo semplicemente vivere un’esperienza. Avevo 24 anni, probabilmente oggi che ne ho 40 non la rifarei, ma quello che è venuto dopo è collegato a quella scelta. Per questo ringrazio quella esperienza.
Con Edoardo Leo aveva già lavorato nel film “Noi e la Giulia”. Che ricordo ha del set?
È stata un’esperienza bellissima. Con alcune persone leghi e stringi rapporti al di là del lavoro, si diventa amici. Edoardo mi ha spiegato la sua idea, la volontà di portare a teatro lo storytelling, provare a raccontare delle storie. I più giovani hanno una certa avversione verso il teatro, invece è un luogo dove ascoltare una storia emozionante.
Lei è nel cast della black comedy “Cosa fai a Capodanno?”. Perché non si dovrebbe perdere questo film?
Perché è un modo un po’ diverso di concepire la commedia. Siamo un po’ assuefatti alla commedia, questo film è decisamente più bizzarro, nero. Il titolo è ingannevole, ti fa pensare a una commedia semplice, ma in realtà è molto scura ed è un po’ lo specchio di quello che stiamo vivendo in questo momento. Sono contento del senso di straniamento che ha creato nel pubblico, perché l’obiettivo era fare qualcosa che uscisse dal modo classico di fare commedia.
C’è un ruolo che le piacerebbe interpretare?
Avevo un sogno, quello di interpretare un supereroe, ma l’ho realizzato con “Copperman”, che uscirà a febbraio.
Preferisce recitare in teatro, al cinema o in televisione?
Dipende dal progetto. Diciamo che preferisco le belle storie, in ognuno dei tre ambiti. Sono le storie a comandare.
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