Federico Buffa racconta a Pescara il mito di Kobe Bryant: «Ho elaborato un lutto»

L’intervista al giornalista: «Quando è morto non ho potuto parlarne per un po’». Il 9 aprile arriva lo storytelling sulla leggenda del basket
PESCARA. Molto più di un racconto teatrale. «Questo spettacolo è un’elaborazione del lutto, una messa cantata. In teatro viene tanta gente che ha la maglia dei Lakers, la sua maglia, che conosce la sua storia meglio di me, ma che vuole che qualcuno gliela racconti. La parte teatrale è secondaria alla quantità di emotività che c’è tra il pubblico». Ripercorre la storia della leggenda mondiale del basket, Kobe Bryant, scomparso prematuramente nel 2020 in un incidente in elicottero in cui perse la vita anche sua figlia Gianna, Otto infinito - Vita e morte di un Mamba di Federico Buffa. Il giornalista, telecronista sportivo, tra i più celebri storyteller nazionali in questo ambito, porterà in scena il 9 aprile al teatro Massimo di Pescara un viaggio coinvolgente nell’universo di un fuoriclasse (inizio spettacolo ore 21, biglietti disponibili su circuiti TicketOne e Ciaotickets, organizzazione Best Eventi).
Un omaggio a un campione ma, soprattutto, a un uomo, una narrazione che vuole essere anche una riflessione sui valori universali. «Ho fatto rovesciare l’8, il suo numero, trasformandolo in infinito. Kobe è immanente». A impreziosire ulteriormente il racconto di Buffa, la musica di Alessandro Sebastiano e Filippo Nidi, unita a immagini evocative. «Quando Kobe è morto ero negli Stati Uniti. Stavo guardando un film, quando è arrivata la notizia sul cellulare», ricorda. «Non ho parlato dell’argomento per un po’, non avevo elaborato».
Quando ha iniziato a parlarne?
«Ero ospite a Sky. Mi fecero una domanda su di lui. Risposi che era morto come il campione del mondo Gaetano Scirea. La differenza fondamentale tra i due è che Kobe aveva di fianco la sua adorata figlia Gianna. Ricordo che sua moglie disse che nessuno dei due avrebbe potuto sopportare l’assenza dell’altro: per me fu tombale».
Il campione ma, prima di tutto, l’uomo. Cosa affronta, in particolare, lo spettacolo?
«Il suo lato oscuro. Non mi piace raccontare la storia di un fuoriclasse senza raccontarne il lato oscuro, senza esaminarlo nelle sue particolarità umane. Lo stesso ho fatto con Luigi Riva, quando l’ho raccontato in televisione. Kobe è un ossessivo-compulsivo come tutti i fuoriclasse, ma è anche molto avanzato, molto precoce. Ha la fortuna di crescere in Italia, che gli dà tutta un’altra dimensione rispetto agli Stati Uniti; cresce in un mondo molto più bonario, entrando a contatto con l’arte. Il che lo distanzia completamente dai suoi compagni di squadra. A 18 anni è un giocatore dell’Nba, parla quattro lingue, in aereo legge riviste politiche, vive con la sicura disinnescata. Non ha pazienza, è molto difficile stargli vicino».
Cosa l’ha distinto dagli altri campioni di basket?
«Kobe è un destinatario della fiaccola del gioco. Michael Jordan, il più forte di tutti i tempi, gliela consegna, in campo e fuori dal campo. Il modo di onorare il gioco, di pensarlo, di viverlo che transita dall’uno all’altro. Jordan dirà che con la morte di Kobe è morta anche una parte di lui. Kobe è entrato presto nell’Nba per poter giocare contro Jordan. Ci riesce. Le partite che hanno disputato l’uno contro l’altro erano irresistibili».
Ha raccontato numerosissime partite di Nba. Quanto è cambiata nel tempo?
«Tanto, troppo. Sono un nostalgico, ma oggettivamente il gioco è evoluto, dal punto di vista estetico non molto bene. L’Nba degli anni ‘90 e dell’inizio del millennio era più bella. Ora c’è la prevalenza del tiro da tre punti, l’occupazione del campo è diventata diversa, ci sono parti che non vengono più esplorate».
Ha raccontato in teatro anche le Olimpiadi del ’36. Cosa l’ha colpita di quei giochi?
«Dividono lo sport in un prima e un dopo, lo sport non è mai stato più uguale. All’Olimpico di Berlino, che all’esterno è rimasto esattamente come all’epoca, entrano tante cose: l’utilizzo dello sport per fini politici, il doping, la spettacolarizzazione. Fu girato un documentario, Olympia, che non ha mai avuto eguali, Pasolini lo chiese per una sua rassegna su sport e dittatura. A Berlino entrano tante caratteristiche che definiranno lo sport a venire. In più, ci sono storie umane fori dal comune: l’Italia vince la sua prima medaglia d’oro femminile con Ondina Valla… per la seconda bisognerà aspettare Sara Simeoni ai Giochi Olimpici di Mosca nell’80. Ci sono mille storie in quell’Olimpiade del 1936, ne sono stato affascinatissimo».
Qual è, a suo avviso, la sfida più complessa che lo storytelling deve affrontare oggi?
«In un mondo esacerbatamente rivolto all’immagine consumata il più rapidamente possibile, lo storytelling diventa quasi “narcolettico”. Televisivamente è complicato mantenere i tempi dello storytelling tradizionale, ma a teatro la parola resta sovrana, c’è una sorta di sacralità. L’idea della trasposizione in teatro di temi sportivi teatrale è del tutto casuale, mai avrei pensato di poter avere questo privilegio. Il teatro è magnetico, una forma d’arte destinata a essere per sempre, perché è la rappresentazione dell’essere umano».
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