Filippone-Thaulero, l’Estetica in frammenti

3 Dicembre 2018

Pubblicato “L’arte di fronte all’Origine”, riflessione intorno al pensiero del filosofo di origini abruzzesi

ROSETO DEGLI ABRUZZI. Un vecchio adagio dice che quando non c’è più modo di procedere, l’unica cosa da fare è tornare indietro. Ma a quali condizioni la regressione può favorire una forma di progresso? Nel travagliato ambito dell’Estetica, questo argomento è oggi più che mai attuale: quanto in uno scenario profondamente intaccato dalla lacerazione postmoderna è ancora possibile parlare di arte?
Non è forse, come nota Aldo Marroni – docente di Estetica all’università “d’Annunzio” di Chieti-Pescara – che la palese crisi dell’Estetica tout court è oggi racchiusa nel rovesciamento del quesito ontologico “che cosa è l’arte?” in quello pragmatista “quando vi è arte?”? E, di conseguenza, come uscire da questa impasse? È ancora possibile formulare un concetto di arte autentico, che non cada preda di uno sconfortante relativismo? L’esito di questa riflessione è al centro del saggio “Filippone-Thaulero. L’arte di fronte all’Origine” (Ombre Corte, 2018, 96 pp. 10€), in cui Vincenzo Di Marco – docente di Filosofia e Storia al liceo “Saffo” di Roseto degli Abruzzi, presidente del Centro studi “Vincenzo Filippone-Thaulero” e curatore dell’Opera omnia del filosofo (Roma 1930 – Alba Adriatica 1972) – introduce e ricuce tra loro i “Frammenti di Estetica”, frutto dei corsi che Filippone-Thaulero , filosofo, sociologo e teologo d’impronta cattolica tenne all’università di Salerno a metà degli anni Sessanta, e le cui frontiere spaziano dalla polemica con Martin Heidegger all’invettiva contro l’estetizzazione fine a se stessa con cui la modernità ha contraffatto l’esperienza artistica originaria. L’introduzione, prima di passare ai “Frammenti”, è seguita da un commento di Aldo Marroni, che discute i paradossi dell’estetica in chiave anti-essenzialista attraverso un’analisi trasversale del pensiero di Derrida, Benjamin, Fondane e Nietzsche.
A chiudere la raccolta, un contributo di Ugo Di Toro, docente di Storia dell’etica e delle politiche sociali alla “d’Annunzio”, che, riportandoci ad Epicarno ed Esiodo, discute dell’Originario presso i Greci e delle conseguenze etico-politiche che una simile concezione cosmologica esercitava sulla polis. Nel complesso, Filippone-Thaulero ci invita a recuperare nell’ambito dell’arte un nesso (intenzionalità) che non rimanga preda dei tecnicismi moderni, del vuoto ansiogeno su cui si sorregge il vacillante concetto di arte concettuale, per riportare l’intenzione estetica al ruolo di viatico per la trascendenza. Il vero momento artistico allora, il suo atto, non “annega” più negli “Squali” alla formaldeide di Hirst, ma si compie nell’attesa e nell’allusione all’agire. Il solo modo, oggi rileggendo Filippone-Thaulero, per sfuggire al quesito pragmatico e anti-essenzialista dell’arte postmoderna (“quando vi è arte?”), asservita alle logiche di mercato, è riconferire ad essa la sua valenza rivelatoria, di profezia.
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