Flaiano “risorge” (ironico) con l’intelligenza artificiale e presenta i suoi Premi

Il cuore di Pescara accoglie la cerimonia di consegna dei Pegaso d’Oro Mariska Hargitay detective Benson: non lasciamo sole le vittime di violenza
PESCARA. La forza solidale e il coraggio delle donne, l’identità di genere, il lavoro denigrato e nero, la memoria storica si fanno largo nella edizione numero 51 dei Premi Internazionali Flaiano consegnati ieri sera nel cuore di Pescara in un galà abbracciato da una festosa e gremita piazza Salotto. Temi che hanno sgomitato nella stagione cinematografica, teatrale, letteraria, televisiva appena alle spalle e che i Flaiano 2024 riconoscono.
Tocca, stupisce – e impressiona un po’ – la scelta di affidare al volto su grande schermo, alle movenze, alla voce – per “aforismi” rieditati – di Ennio Flaiano riprodotti dall’Intelligenza artificiale, l’introduzione degli attori, registi, scrittori e giornalisti premiati. Scelta che la presidente dei Premi Carla Tiboni rivendica ringraziando la Rai che l’ha resa concretamente possibile con le sue Teche. Sarà ancora Tiboni a sottolineare lo sguardo attento al dramma senza confini delle violenze di ogni tipo sulle donne che il Pegaso d’oro internazionale a Mariska Hargitay, per la serie tv più longeva degli Stati Uniti: Law & Order, sottolinea. L’attrice statunitense interpreta «con empatia» da 25 anni la detective Olivia Benson che con la sua Unità speciale indaga ma di più protegge, salva, aiuta, “vendica” proprio le donne vittime di abusi. L’attrice è impegnata in tante attività sociali proprio in difesa delle donne.
Bellissima in un abito tunica nero dai bordi fiorati, capelli sciolti, poco trucco, parla «un poco italiano», ma soprattutto gesticola: «Per me è impossibile parlare senza muovere le mani. Mi sento molto italiana per questa caratteristica». È «una esperienza unica per me essere qui», si emoziona. E delle storie della sua serie: «Ho preso coscienza di tante cose in questi anni», poi scherza: «Vorrei cambiare divisa, magari essere carabiniere». Perché Olivia è così amata dal pubblico? «Penso che la detective sappia ascoltare, sappia capire, dare speranza alle vittime. Parla davvero alle vittime, che sentono che non sono sole. E questo è amabile». Come fu il provino? «Volevo quella parte, era “mia”. Sapevo che l’avrei avuta. Praticamente cacciai un’altra pretendente, che poi è diventata mia amica. Era destino ». «Vorrei vivere in un mondo in cui non ci fossero più storie da Law & Order da raccontare. Ma così non è, purtroppo». «Io diventare cinica dopo tanti anni in una serie che mostra il peggio, il lato oscuro degli esseri umani? No, sento che mostriamo come ci si potrebbe prendere cura gli uni degli altri. Sono felice di essere qui», aggiunge, «desidero tanto lavorare in Italia». Poi vola in platea e dal marito si fa dare dei fogli di appunti e lancia un appello alle vittime, le invita a parlare: «Il male che avete subito non vi definisce, nessuno può intaccare la persona che siete, chiedete aiuto. L’aiuto c’è, non è sufficiente in America, non è sufficiente a Pescara, non è sufficiente nel mondo, ma c’è. Possiamo cambiare le cose con poche azioni: credere alle vittime, senza giudicare ascoltare, parliamo di argomenti crudi: la chiarezza porta al cambiamento, parlatene, siate coraggiosi».
E con una donna ribelle in una Sicilia di fine 800 si apre la serata dei premi: miglior interpretazione femminile quella di Miriam Leone per “I Leoni di Sicilia” ispirata all’omonimo romanzo: «Siamo tutt’altro che noi stessi nel nostro lavoro, con il mestiere che facciamo ci mettiamo nei panni degli altri, ed “essere” Giulia Portalupi, donna che ha fatto la storia ribellandosi al patriarcato semplicemente amando, mi ha lasciato tanto. Anche alla maternità mi ha fatto pensare, molto, e poi è arrivata la mia bambina».«Tanti film seri, belli, premiati, anche dal pubblico fatti da noi comici, c’è da pensarci a questa cosa», osserva Claudio Bisio sul palco per ricevere il premio del pubblico del Flaiano Film Festival per l’Opera Prima al suo “L’ultima volta che siamo stati bambini”: «La regia è stata emozionante, ci arrivo a 67 anni e mica è poco», dice. «I bambini mi hanno divertito. E pure stremato : per riposarsi loro giocavano a pallone...loro. E poi, ehi, nel cast c’è Carlotta De Leonardis, bravissima, è di Spoltore, qui vicino Pescara. Ciao Carlotta». Si commuove fino alle lacrime Chiara Noschese: «Sono felicissima», dice, «perché è il primo premio da regista che prendo, felice del Premio Flaiano perché sento che equivale alla fatica che ho fatto per dirigere Chicago – il Musical, per staccarmi dal film in bianco e nero l’ho ambientato in un circo, non è stato facile... È bello che sia riconosciuta la fatica. E poi solo il nome di Flaiano mi emoziona. Mi viene da piangere». Ringrazia seria Carmen Sepede, Pegaso d’Oro per la pièce “Il mio nome è Tempesta – Il delitto Matteotti”: «Una storia che mi ha toccato profondamente. Ha importanza per me anche che la presidente Tiboni mi abbia annunciato il premio il 29 maggio, giorno dell’ultimo discorso di Matteotti alla Camera, 100 anni fa». Poi sul palco «un monumento del teatro italiano»: Carmen Benedetti, Premio Flaiano alla Carriera, «ma non pensiate che con questo mi toglierò di torno», dice la grande attrice alla soglia dei 90 anni, che ha calcato il palco con tutti, ma proprio tutti i mostri sacri della scena.
Un personaggio femminile entrato nella leggenda: miglior attrice Anna La Rosa per “Antonio e Cleopatra”, felice del Pegaso soprattutto perché «Cleopatra è La donna: innamorata pazza, buona, divertente, crudele, geniale, sensibile, coraggiosa, ferita. Voglio ringraziare il regista Walter Mazzocchi che mi ha affidato questo testo meraviglioso». Scompiglia le carte al suo solito Teresa Mannino: «Non succederà mai, ma se ci sarà in un futuro lontano lontano un Premio col mio nome, non mettete la mia faccia che parla, come Flaiano: mi mette angoscia questa cosa». L’attrice è Pegaso per “Il giaguaro mi guarda storto”.
«Un libro sogna. Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni» le parole dello sceneggiatore pescarese in IA nell’introdurre il premio a Giovanna Mezzogiorno per “Ti racconto il mio cinema” (Mondadori) che l’attrice ha voluto scrivere per i suoi figli: «Non dimenticate la carta stampata ragazzi. Con essa capirete tanto del mondo», ammonisce. E poi: «Dietro film, spettacoli, teatro, quello che ci diverte e ci fa capire ci sono centinaia di persone, davvero tante», ha voluto ricordare Mezzogiorno: «Dietro un bel risultato c’è tanto lavoro. Ci vuole educazione, rispetto per chi è dietro le quinte. Bisogna conoscere il lavoro degli altri».
Poi “Flaiano” chiama il direttore artistico del Flaiano Film Festival: «Riccardo dove sei? Sali sul palco». E Milani sale e sottolinea che le sue scelte per il festival sono sempre tese ad avvicinare «il pubblico al cinema, alla sala, cosa che non sempre i festival cinematografici fanno». «Riccardo ma la montagna lo fa o il Flaiano lo fa?», interviene ancora lo sceneggiatore pescarese in IA citando il film “Un mondo a parte”, successo che Milani ha girato tra i monti d’Abruzzo «dove c’è gente concreta che sa dare una mano, darsi da fare, un modo, una indole che dovrebbero prendere ad esempio in alto. Io devo tanto all’Abruzzo e questo film è un modo per ringraziarlo». Film interpretato da Antonio Albanese che si sente «un po’ abruzzese», dice l’attore, «anche se quel “ouh” che usate per salutarvi, ancora non so se lo dico bene». Albanese è sul palco per il Pegaso d’oro alla regia per “Cento domeniche”, film «su un uomo che fa parte di quell’immenso gruppo di artigiani, metalmeccanici che sostengono questo Paese, colpire loro, come ha fatto il sistema bancario di cui racconta il film, è colpire il cuore del nostro Paese».

