Flaming Lips a Milano nel nome di Petty

14 Novembre 2018

La band americana in concerto stasera: Tom è stata un’ispirazione

MILANO. Il circo di unicorni, arcobaleni e psichedelia dei Flaming Lips torna a Milano, con una data unica italiana all'Alcatraz, oggi. A parlare dello show e dei prossimi progetti della band dell'Oklahoma è il frontman della band americana, Wayne Coyne.
«Il nostro show», racconta Coyne, «è abbastanza simile a quello dello scorso anno, ma con una produzione e una scaletta diverse: non credo che possa mai “invecchiare”, perché suoniamo poco dal vivo e ogni sera è un momento speciale, molto emotivo».
Di recente sono uscite due raccolte con demo e i primi quattro album del gruppo, Scratching the Door e Seeing the Unseeablè: «Volevamo dare un'altra lucentezza a quei dischi con una rimasterizzazione. Adoro la sensazione di riprendere quelle incisioni, anche quel leggero imbarazzo per cose così strane e assurde: ci lasciamo ispirare da quei giovani che non avevano regole, solo anarchia, bellezza e innocenza. Ma dal vivo le suoneremmo solo in uno show speciale, non in tour».
Ma molti altri progetti sono in arrivo, spiega Coyne: un cofanetto per il Record Store Day con le 12 canzoni narrate da Mick Jones dei Clash per l'installazione immersiva The King's Mouth; la rilettura con la Colorado Symphony Orchestra del loro classico The Soft Bulletin attesa a inizio estate; un Ep di sei canzoni con le Deep Valley; e un album con la cantante e musicista londinese Georgia Barnes.
«Sarà una cosa a parte, come il disco con Miley Cyrus: ci piace collaborare con artisti pop, ci sarebbe piaciuto farlo con Amy Winehouse e ci piacerebbe farlo con Bjork, anche se la sua musica è proprio strana a volte! Credo sia un bel momento per il mainstream: non servono sei mesi per far uscire un disco, realizzarli non costa come un tempo, e questo non genera lo stress di ottenere successi fulminei. Così perfino Beyoncé pubblica dischi bizzarri».
In preparazione c'è anche un nuovo Lp, che potrebbe arrivare già nel 2019: «Se Oczy Mlody suonava come un disco futuristico, che sarebbe dovuto uscire tra dieci anni, questo è più normale». A ispirarli, alla loro maniera, è Tom Petty: «La sua morte ci ha colpito profondamente, anche per uno strano aneddoto. Quando negli anni '70 si trasferì dalla Florida a Los Angeles lo fece in auto, e rimase in Oklahoma per un mese: non si sa molto di quel periodo. Al tempo avevo 10 anni, mio fratello e i suoi amici conoscevano i club di motociclisti che frequentava. Abbiamo voluto immaginare che tipo di disco avrebbe fatto Tom Petty se, invece di andare a L.A, fosse rimasto a suonare e drogarsi in Oklahoma con mio fratello. Per ora abbiamo solo 4 o 5 canzoni pronte». Nessuna però dichiaratamente politica: «Ai tempi dell'amministrazione Bush ci schierammo apertamente, ma ora è tutto cambiato: sui media non distingui la verità dalla propaganda e fare canzoni di protesta oggi darebbe solo più potere a Trump: se vuoi danneggiarlo devi ignorarlo. Credo gli sia capitato qualcosa di brutto nella vita che l'ha reso così, forse dovremmo aiutarlo, certo non restare ai margini: c'è un incendio in giardino e va spento. Tutti devono trovare un'attitudine diversa, essere negativi o altezzosi non servirà a nulla. Anzi, dovremmo smettere di mandarci a quel paese».
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