Franco D’Andrea: «Il jazz la passione della mia vita»

Il pianista domani a Teramo per una lezione all’università e un concerto «A 13 anni ascoltai Basin Street Blues di Armstrong e corsi a comprare quel disco»
Ha 77 anni ma ancora lo sguardo di quel ragazzino curioso della vita e della musica che, a 13 anni, si innamorò del jazz ascoltando un 78 giri di Louis Armstrong. Franco D’Andrea, trentino di Merano, è il più grande pianista italiano di jazz. E’ più facile nominare i grandi con cui non ha suonato che quelli ai quali ha fatto da partner in concerto o sul palco: da Lee Konitz, a Dexter Gordon, Phil Woods, Dave Liebman, Slide Hampton, Max Roach, Frank Rosolino, Pepper Adams, Johnny Griffin, Jean-Luc Ponty. D’Andrea si esibirà in un concerto di piano solo, domani sera alle 21.30, nei Giardini Marco Pannella di Teramo, in chiusura della rassegna “Teramo Jazz” . Ad anticipare il concerto, domani a alle 10.30, nell’aula magna della facoltà di Scienze della comunicazione dell’ateneo teramano, D’Andrea dialogherà con gli studenti sui “Percorsi d’improvvisazione”. In questa intervista al Centro, racconta una passione, quella per il jazz, lunga una vita.
Perché un concerto di piano solo?
Il piano solo mi dà l’impressione di essere un esploratore che va in avanscoperta per vedere ciò che farà dopo. Nel piano solo si è più liberi.
Cosa può esprimere da solo che non possa fare con un gruppo?
Con il piano solo si può spaziare in maniera imprevedibile, anche se non credo sia una forma di espressione che parta da una tabula rasa. Tutte le idee che si affollano in testa quando si è da soli davanti al pianoforte possono essere visitate in maniera distratta in una serata per poi diventare, in un’altra serata, il luogo principale del concerto.
Quali sono i pianisti che ama di più?
Tutta la storia del pianoforte non mi è estranea. Quando ero ragazzo sono stato affascinato da pianisti tradizionali come Erroll Garner. Poi, piano piano, hanno cominciato a piacermi altri come Horace Silver fino alla triade di quelli che conosciamo tutti: Bill Evans, McCoy Tyner e Herbie Hancock. Ma dagli anni Ottanta ho iniziato, lentamente, a capire meglio l’arte di Thelonious Monk. Certe cose di Monk arrivano dopo i primi ascolti, più tardi. Steve Lacy diceva che Monk era incommensurabile. E’ un personaggio che ha scritto appena 80 pezzi, che, a fronte dei 1.500 di Ellington, sono niente. Ma quei pezzi esprimono un mondo talmente complesso.
Che ricordi ha del periodo trascorso, a metà degli anni Settanta, con il Perigeo, un gruppo di jazz rock?
Mi è rimasta la scoperta dell’elettronica. Io suonavo soprattutto un piano elettrico Fender Rhodes. Ma quando nei concerti chiedevamo anche un piano acustico non ce lo davano mai perché avevamo la fama di essere un gruppo trasgressivo (ride ndr).
Che tipo di musica ascolta?
Mi capita sempre di ripercorrere la storia di un sacco di musicisti della storia del jazz oppure i miei capisaldi come, per l’appunto, Monk. Ascolto generi diversi ma sempre musica connessa in qualche modo con il jazz. Per esempio, la musica africana, quella subsahariana, poliritmica. Sono stato in Africa, in Camerun, e lì ho scoperto questa musica associata anche alla danza. E poi mi piace tanta la musica del Novecento, partendo da Debussy fino a Bartók, Stravinskij, per finire con i seriali come Schönberg e Webern.
Cosa preferisce come supporto per l’ascolto: il vinile, il cd o il download digitale?
Non ho preferenze in questa campo. Non vedo grandi differenze.
Qual è il primo disco che ha comperato?
Un 78 giri di Louis Armstrong che ascoltai, quando avevo 13 anni, a casa di un mio compagno di classe che aveva un fratello più grande, appassionato di jazz: era Basin Street Blues, la versione più lenta su una facciata e quella più veloce sull’altra. Quando l’ascoltai la prima volta rimasi fulminato da quella musica. Non avevi mai sentito niente di simile. Così, corsi subito a comprare quel disco.
Con quale musicista avrebbe voluto suonare?
Ho suonato con tantissimi grandi del jazz. Posso dire però con quale musicista avrei voluto suonare meglio.
E qual è?
Dexter Gordon. Non ero maturo, forse.
Qual è il suo disco da isola deserta?
E’ difficile rispondere a una domanda come questa. Oggi direi “Tijuana Moods” di Charlie Mingus.
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