Franek: «Per amore vivo in Abruzzo terra di talenti»

Boemo, volto di tv e cinema, abita ad Avezzano «Tutto cominciò con il film girato con Chiantini»
AVEZZANO. «Il mio rapporto con l’Abruzzo? Semplice e complicato. La donna della mia vita è di Avezzano, abbiamo due bambini per metà marsicani e metà cechi: un bel mix!». Nato e formatosi professionalmente nella Repubblica Ceca, Ivan Franek è un volto del cinema internazionale.
Lavora su tre Paesi, Repubblica Ceca, Francia e Italia, dov’è ormai di casa. L’attore boemo vanta un’intensa attività artistica per il piccolo e grande schermo con registi italiani di punta, Martone, Sorrentino, Manetti bros, Salvatores . E sfoggia una profonda familiarità con l’ambiente cinematografico abruzzese: «Una regione ricca di talenti emergenti e di progetti apprezzati all’estero», dice, «che scontano la difficoltà di realizzarsi sul territorio per mancanza di sostegno da parte della classe politica, un vero peccato!». Franek parla un perfetto italiano e si intrattiene volentieri al telefono da Praga, città che con Parigi e Roma forma il suo «triangolo magico».
Come è arrivato a mettere radici in Abruzzo?
«Sono arrivato nel 2006 per girare “Una piccola storia” del regista Stefano Chiantini, di Avezzano. L’Abruzzo mi è subito piaciuto molto, mi ha sorpreso la montagna con tutto il verde intorno. Non sapevo che l’anno dopo proprio ad Avezzano avrei incontrato la donna della mia vita, in ottobre saranno 12 anni che non ci siamo mai lasciati».
Quanto tempo riesce a trascorrere con la sua famiglia abruzzese?
«Tra un film e l’altro torno ad Avezzano, facciamo camminate sul Monte Velino, andiamo d Alba Adriatica al mare. L’Abruzzo è il luogo ideale per i bambini, a misura d’uomo, ci sto bene, mi rigenero. La cosa che più mi piace è la natura ancora selvaggia, gli spazi verdi, le persone . Si, anche il cibo, vino non ne bevo».
Da Praga andrà di corsa a Trieste per le riprese de “La Porta Rossa” con l’attore avezzanese Lino Guanciale. Come vi siete conosciuti?
«Con Lino ci siamo conosciuti e riconosciuti a Istanbul: “Tua moglie è la mia dentista” mi ha detto. Dal 24 settembre saremo due marsicani a Trieste».
Anche col direttore della fotografia Daniele Baldacci, pescarese, ha stabilito un feeling.
«Un grande talento che ho avuto la fortuna di incontrare. Daniele è in gamba, un innovatore nell’arte visuale e nell’audiovisivo. Con la Blue Cinema Tv, sua società di produzione a Roma, ho lavorato a “I nostri passi diversi”, la storia di un truffatore seriale che cambia identità spacciandosi per un manager dello spettacolo. Il film è diretto da Alberto Bennati e ambientato in Puglia, presentato in anteprima al Festival del Corto di Manfredonia, dove ho ricevuto un premio come migliore attore. A ottobre-novembre uscirà nelle sale, anche a Pescara, vedremo che dice il pubblico».
Tra i suoi nuovi impegni c’è “A mano disarmata” di Claudio Bonivento, dal libro della giornalista di Repubblica Federica Angeli minacciata dai clan. Per lei il ruolo di uno dei boss della mafia di Ostia: in quali ruoli preferisce recitare?
«Amo personaggi che abbiamo qualcosa da dire, storie interessanti, progetti concreti. Ho interpretato personaggi dalla faccia tosta, drammatica, anche violenta. Ma ho fatto anche tanta commedia, teatro, marionette. In Abruzzo ho lavorato in “Timballo”, il corto pluripremiato di Maurizio Forcella e dello sceneggiatore e produttore teramano Pietro Albino Di Pasquale, con Maria Grazia Cucinotta. Con Forcella ad Atri ho anche girato “Quando la banda passò”, grandi scenografie di Paolo Cameli e musiche di Gianluigi Antonelli, tutti abruzzesi, fantastici. Anche a Pescara c’è fermento con la scuola di cinema Ifa, un’accademia con grande voglia di fare»
Un panorama di provincia decisamente vivace a suo dire.
«Parlerei di nouvelle vague, registi emergenti in tutta Europa e nuove produzioni che suscitano l’attenzione internazionale. Il cinema italiano è vivo e va sostenuto con più orgoglio e più curiosità dalle istituzioni. Immaginare, riflettere, confrontarsi con la diversità dei linguaggi è importante per non diventare insensibili a tutto, in totale solitudine con l’iPhone in mano».
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