Friedman: «Senza riforme l’Italia non si rialzerà»

31 Agosto 2018

Il giornalista e scrittore americano ospite della rassegna Pescasseroli legge «Il rischio oggi è il razzismo. La flat tax? Aiuta i ricchi. Amo l’Abruzzo dei sarti»

Senti parlare Alan Friedman e pensi a Oliver Hardy. Un economista e un comico. Niente di più lontano, almeno all’apparenza, ma oltre al timbro vocale un tratto in comune i due lo hanno, eccome: la spiccata vena umoristica e la capacità di rappresentare con lucidità il mondo che li circonda. Parlare per due ore di economia, in una piazza gremita, a Pescasseroli (350 persone), e tenere desta l’attenzione fino all’ultima sillaba non è impresa facile. Ma Alan Friedman è riuscito a catalizzare l’attenzione di tutti con sagacia e verve comica, non lesinando critiche (per usare un eufemismo) ai governanti attuali.
L’occasione è stata “Pescasseroli legge”, rassegna letteraria curata dalla direttrice artistica Dacia Maraini e patrocinata dal Comune. Il libro “Dieci cose da sapere sull’economia, prima che sia troppo tardi” (Newton compton editori) è una disamina impietosa delle disastrose condizioni dei conti del Paese Italia. L’attrice Ottavia Orticello ha letto magistralmente alcune pagine del volume.
Se la classe politica italiana appare inadeguata, come lei scrive, allora come si fa a trovarne una all’altezza? È il popolo che quando vota non sa scegliere o manca proprio una classe politica italiana degna di questo nome?
«Ormai vivo in Italia avendo sposato una donna italiana, e nonostante non riesca a parlare bene l’italiano, credo di usare il congiuntivo meglio di Di Maio (sorriso ironico ndr). La verità è che stiamo vivendo un periodo di mediocrità non solo in Italia ma in tutto l'Occidente».
Non pensa che anche negli Stati Uniti la situazione politica sia abbastanza problematica?
«Allora diciamolo in modo semplice, Donald Trump non è il mio presidente, mi vergogno di Trump, e questo cafone (testuale ndr) alla Casa Bianca è una disgrazia per l'America. Però ho fiducia che la nostra Costituzione reggerà, siamo un grande Paese. Le cose che Trump fa ogni giorno sono incredibili: immaginate un Paese che adotta una politica anticattolica, antimigrante, razzista, che vuol chiudere il confine, che vuol punire i bambini emigranti».
Non sembra che si stia riferendo solo agli Usa.
«Infatti, immaginate un Paese che elegge politici sulla scia del disagio sociale ed economico. Un Paese in cui tanta gente si può ingannare perché si promettono miracoli: “Votate per me e farò la flat tax, tutti pagheranno il 15%. Votate per me e tutti lavoreranno, creerò milioni di posti di lavoro, votate per me e porterò quegli sporchi messicani, musulmani gente di colore fuori dal nostro confine”. Questo è successo in America, ma anche in altri Paesi. A cominciare dall’Italia, ma anche in Francia dove Sarkozy ha battuto il neofascista nazista Le Pen, ma Le Pen che predica razzismo ha ottenuto quasi il 40 % del voto nazionale. In Germania per la prima volta dal 1945 c'è un partito con 92 membri razzisti nel parlamento tedesco».
Parliamo di debito. Nel libro lei utilizza l’esempio di una famiglia, la Giorgetti, in una Italia che ha un debito che supera il guadagno. Come se ne esce?
«L'uso della famiglia Giorgetti è proprio un modo di per far capire come i problemi di banche, fisco, pensioni o debito sono quelli che ogni famiglia italiana conosce sulla sua pelle. La risposta di tutti i politici, da Renzi a Berlusconi, è stata sempre. “Basta che ci sia un po’ di crescita e tutto andrà bene”. Sbagliato, non basta. Servono riforme».
Sulle riforme siamo molto indietro, non crede?
«Bisogna investire fare investimenti pubblici, in infrastruttura, non disfare le riforme del passato perché Renzi alla fine, io lo conosco bene ed è una delusione. È antipatico e arrogante, ma è anche l'unico primo ministro italiano negli ultimi 40 anni che ha cercato di fare qualcosa per l'economia. Ha creato le condizioni per le assunzioni dei giovani o degli esodati, ma soprattutto delle donne di un Paese dove l'occupazione femminile è troppo bassa per la media europea. Ha davvero creato posti di lavoro, non quelli a tempo determinato, ma anche a tempo indeterminato. Quindi disfare il Jobs act è una cazzata. Le riforme riguardano l’equità sociale per pensionati senza mettere in bancarotta il sistema, bisogna stimolare l'economia e aiutare i negozianti. Il limite di Renzi è che non le ha completate».
Quale capitolo, tra i 10, lei consiglierebbe di leggere?
«Andate al capitolo 9 che spiega perché la flat tax favorisce i ricchi e perché il debito non si può ridurre aumentando il debito. Luigi Di Maio ha detto più volte che bisogna fare più deficit per creare crescita e quello farà scendere il debito. È come dire: bisogna far piovere su di noi e noi rimarremo asciutti. È un non senso, è una cretinata, ma invece queste cretinate sono state dette e accettate da chi ha votato questo signore».
Non è vero, però, che ci sono anche molti sprechi?
«Certo: se una siringa costa 4 euro in Sicilia e 1 euro in Lombardia perché c'è un sistema in cui 20 Regioni devono trattare con tutte le aziende farmaceutiche del mondo per le vostre Asl, i vostri ospedali, per la sanità pubblica, allora è naturale che questi sono sprechi. Su 20 regioni sono solo 5 quelle non in perdita. Ma da americano vi dico in modo convinto che il sistema di sanità universale in Italia non è per niente malvagio. Pur con tutti gli scandali è meglio avere un sistema come quello italiano in cui non ti lasciano morire perché non tiri fuori la carta di credito per la dialisi come accade in America».
Che rapporto ha con l’Abruzzo?
«A parte la piacevole visita a Pescasseroli, ero amico del proprietario di Brioni, a Penne, della famiglia che poi ha venduto ai francesi. Sono stato un paio di volte nella loro scuola dei sarti, 5-10 anni fa. Poi ho sentito che dopo la cessione ci sono stati licenziamenti. Ridimensionare la Brioni è una tragedia per il made in Italy. Ricordo di aver mangiato nella mensa con i sarti, i quali mi spiegarono che per confezionare un'asola ci volevano 45 minuti. Una grande eccellenza che non va perduta».
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