Fuga dalla quotidianità

28 Luglio 2015

Questo racconto è uno degli undici testi inediti che partecipano al Premio John Fante 2015. Quello che otterrà più condivisioni su Facebook, Twitter, Google plus, Linkedin e Pinteres alle 17 di lunedì 10 agosto sarà premiato nella X edizione del Festival letterario Il Dio di mio padre dedicato a John Fante che si terrà a Torricella Peligna dal 21 al 23 agosto 2015. Per votare questo testo clicca sui tasti di condivisione che trovi nella pagina

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Mi girai su un fianco e vidi mia moglie, dormiva ancora. Senza far rumore, goffamente, mi alzai. Andai in cucina, presi il latte dal frigo e lo misi a scaldare. Nel contempo avevo sistemato la vecchia macchinetta del caffè. Era tutto pronto per la mia solita colazione delle sette e trenta. Avevo ottanta anni e senza saperlo me ne sarebbero rimasti altri due. Tornai in camera con l’intento di mettere una bella camicia.  Mia moglie dormiva ancora, a bocca aperta. La guardai. Era davvero bella. I capelli grigi le accarezzavano le guance paffute. Aveva settantasette anni e combatteva da ormai troppo tempo contro l’Alzheimer. Non era più in grado di camminare né di decidere cosa avrebbe fatto tra cinque minuti o un mese. Non parlava più. Delle volte mi sussurrava qualcosa, non la comprendevo. Aveva perso tutta la sua autorità. Il suo carattere energetico, aspro, e spesso spigoloso si era dissolto come cenere al vento. I suoi occhi, nei quali prima scorgevo le violette cullate dalla brezza primaverile, il giallo e il rosso dei tramonti abruzzesi e tutte le cose belle della mia giovinezza, si erano spenti come la fiamma di una candela e tutt’intorno s’era fatto notte, tutti i confini erano spariti, avvolti da nero pece. Ed io soffrivo. Scelsi la camicia a quadri blu e verdi, mi piaceva. I pantaloni non erano di certo all’altezza, un verdone smunto e piuttosto stropicciati. Mi allacciai le scarpe con non pochi dolori alle natiche e messo il mio basco per ripararmi dal sole estivo fui finalmente pronto ad uscire. Sull’uscio vidi mia figlia, la quale mi si rivolse con un – Ehi pa’ dove te ne vai a quest’ora? – al che infastidito risposi – esco! -. Non era la prima volta che succedeva. Mia figlia Lucia aveva cinquantuno anni. Mai sposata. Diceva di non aver mai trovato quello giusto e dopo un po’ aveva smesso di cercare. Viveva a casa con noi. Ciò che non tolleravo era il controllo che cercava di esercitare su di me, come se fossi un bambino. Non ero rimbecillito del tutto, non ancora perlomeno. Meritavo i miei spazi, avevo anche io delle passioni. Uscii. I sandali sudati e l’evidente affanno valevano ogni singola pedalata, ogni metro sulla mia Graziella. Facevo quelle brevissime passeggiate per il solo gusto di poter respirare a pieni polmoni per un attimo, di poter star solo con me stesso lontano da quella casa. Non che non l’amassi. Era sempre casa mia, e l’avevo costruita con la polvere di mille mercati, vendendo ogni tipo di prodotto, dalle noccioline ai lupini alla frutta. Non avevo troppo tempo, mia moglie mi aspettava. Aveva un vitale bisogno di me. Tornato la prima cosa che feci fu quella di dirigermi verso la camera da letto. La svegliai dolcemente, sussurrandole in un orecchio. Aprì gli occhi, distanti, lontani più che mai. Le sollevai la schiena e gli scesi con cura una gamba per adagiarla sulla sedia a rotelle. Era una operazione meticolosa che ripetevo tutte le mattine con la massima premura. Mi scese una lacrima. La portai in cucina. Mi dolevano le braccia. Preparai la sua colazione. Un po’ di latte e miele e fette biscottate. Le misi un bavaglio per non lasciarla sporcare. Delle volte apriva la bocca spontaneamente altre no. Aveva bisogno di mangiare e io dovevo quasi forzarla. Prima di farlo provavo a parlarle “ehi apri la bocca Maria, è per il tuo bene. Non vuoi che ti vadano larghi tutti i vestiti vero? Su fai uno sforzo, è solo quello che ti chiedo”. Non fu facile, ma alla fine riuscii a darle tutta la tazza. Ero sollevato, felice di esserle stato utile ancora una volta.  Nel frattempo si erano fatte le undici e trenta del mattino così la rimisi a letto in attesa del pranzo. Uscii e andai in giardino. Avevo un solo scopo. All’interno di uno dei tre garage colmi di cianfrusaglie, avevo nascosto un boccione di vino. Del buon vino. Un rosso scuro, dal sapore intenso. Il mio Montepulciano d’Abruzzo. Il vino che bevevo da tutta una vita. L’avevo nascosto per il semplice motivo che i miei figli non volevano che bevessi. Purtroppo il bicchiere concessomi a tavola non era abbastanza. Così avevo distribuito durante la giornata altri quattro o cinque bicchieri in più. Ormai avevo la maturità per dire con certezza che la mia vita aveva trovato il suo senso, avevo terminato quel percorso circolare. Avevo ottenuto ciò che volevo, avevo amato una donna più di mia madre, avevo sofferto come chiunque sulla faccia della terra. Non avevo più preoccupazioni ora, e amavo bere. Ogni sorso, cullato in bocca, assaporato delicatamente mi ridonava colore. Il fuoco di Bacco bruciava le mie notti solitarie, le trascorrevamo insieme, apprezzandoci l’un l’altro. Bevevo da solo e di nascosto, e non c’era cosa al mondo che mi rendeva più vivo. Era come staccarsi dalla realtà, dai giudizi velenosi dei miei figli, dalla monotonia di ogni giornata da ottantenne, dal letto in cui mia moglie moriva. L’unico vero momento in cui osservavo me stesso dall’altra parte dello specchio, dal suo interno. In perfetta sintonia uomo e uomo, uomo e natura, uomo e amore. Non desideravo null’altro. Amavo questi brevi attimi. Mi davano a pensare: “Ah la vita! Tragedia dolceamara, splendida puttana, che mi porti alla distruzione”. Mi appisolai sulla sedia con la testa su un vecchio tavolino e il bicchiere di vino vuoto.

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