Fumo: «Io, un pianista borderline che ha suonato per Morricone e Rota»

Il musicista pescarese (ma è nato a Teramo) racconta una carriera divisa fra concerti e insegnamento «Da 40 anni la mia grande passione è il ragtime, un genere né classico né jazz, né carne né pesce»
«Io in fuga dalla pazza folla? Direi piuttosto che la mia nuova vita in campagna mista aiutando a ritrovare la concentrazione, la voglia ed il tempo per studiare. Una svolta. Più studio e mi applico e più recupero fisicamente, mi mantengo diversamente giovane». Nella quiete della campagna teatina, Marco Fumo si va «preparando per tempo a santificare» una ricorrenza importante. I suoi primi quarant’anni (nel 2020) di ragtime. Il genere, o meglio il complesso fenomeno musicale, che lo ha reso riconoscibile, identificabile, in altre parole famoso. Un fenomeno «ambivalente», precisa, né classico né jazz, né carne né pesce. Che Fumo si compiace di interpretare e incarnare con la sua figura di «musico» non-jazzista e non-classico, «un musicista borderline»: 40 anni di frequentazione di un repertorio, il «suo» repertorio, che, preannuncia, riserva ancora nuove sorprese.
Fumo, cosa sta preparando?
Il progetto è in fieri e vorrei tenere ancora segreta la scoperta. Dico soltanto che scavando si scoprono tante cose, influenze e compositori insospettabili. Con il mio mentore culturale in questo lavoro, Stefano Zenni, stiamo ragionando se pubblicare un cd singolo oppure doppio. Sarà rappresentativo del mio percorso, una summa del mio repertorio. Sono partito con il ragtime e pian piano sono andato a scoprire cosa c’era prima, all’origine del fenomeno, e cosa è accaduto dopo. In questo modo il percorso musicale si è dilatato a prima dell’Ottocento.
Un inedito, dunque?
In qualche modo, sì. L’autore, che per ora mantengo segreto, appartiene al Settecento, dunque è stato sempre visto nell’ottica classica. Invece si scoprirà la sua modernità, la sua originalità di lettura. Procedendo nello studio, ripesco agganci e situazioni collegate al ragtime: danze cubane, choro e chorinho, autori brasiliani e cubani che preludono allo sviluppo del fenomeno. C’è un filone derivante dalla habanera, che si conserva nella musica jazz di J.L.Morton, Fats Waller , Duke Ellington, lo stesso Gershwin, James P. Johnson.
Lei è tra i migliori interpreti del repertorio pianistico afro-americano. Com’è nata la passione per il ragtime?
Un po' per gioco e un po' per trasgressione dal volere dei miei familiari, per i quali fare il musicista non era considerata una professione. E’ stato mio zio paterno Lucio Fumo (fondatore e patron del Pescara Jazz per 44 edizioni, ndr) l’ispiratore di questa mia svolta. Lui venti, io dieci anni, mi faceva ascoltare la musica jazz. Fino agli anni ‘80 ho fatto il pianista di musica classica. Una sera di Natale a casa di amici a Pescara, il discorso finì sul ragtime, Lucio mi parlò del revival del genere grazie anche a “La stangata”, il film con Paul Newman e Robert Redford. E’ abbastanza vicino al jazz ma non c’è improvvisazione, è musica scritta, adatta a quello che fai, mi disse.
Così ha abbracciato la nuova fede… E’ così?
Per me, il ragtime rappresenta una specie di recupero del paradiso perduto. Ho scelto il jazz delle origini per adattarmi in qualche modo agli ambiti “seri” della musica classica con cui mi sono formato per conseguire il diploma al conservatorio di Santa Cecilia, voluto dai miei. Ma non sono un pianista jazz. Sono uno che circola nell’ambito jazzistico.
Le sue performance sono quasi sempre per piano solo, eccezion fatta per i concerti con orchestra nel repertorio dedicato da Gershwin ed Ellington, senza dimenticare le prestigiose collaborazioni con Nino Rota e Ennio Morricone. Come guarda a tutto questo?
Con soddisfazione. Due dei miei concerti con orchestra diretta da Enrico Intra sono diventati dischi, tra cui quello per il centenario della nascita di Duke Ellington, nel ‘99. Per via del mio impegno con il conservatorio, non ho potuto dare la mia disponibilità nei modi e nei tempi richiesti dal maestro Morricone e da Giuseppe Tornatore per il film “Il Pianista sull’Oceano”. Un’occasione molto importante alla quale ho dovuto rinunciare. La mia collaborazione con il grande maestro è durata dieci anni e si è interrotta per motivi logistici in seguito al mio trasferimento dal conservatorio di Pescara a quello di Castelfranco Veneto.
Com’è il suo rapporto con l’Abruzzo?
Buono: ci sto. Quando mi capita, lavoro qui volentieri. Sono dell’avviso che un artista non debba suonare troppe volte negli stessi posti. C’è chi fa il contrario e forse è pure giusto. Io uso andare ai concerti dei miei colleghi, scelgo in base a curiosità, documentazione, interesse. Da due stagioni sono impegnato con i concerti dell’associazione Jam&s al Florian, è prevista una nuova edizione ma non so se confermerò la mia direzione artistica. Ho fatto quello che dovevo fare, ho portato le mie esperienze. Sono per l’avvicendamento a parte le debite eccezioni: Lucio Fumo ha avuto la capacità di tenere alti i livelli e le partecipazioni del Pescara Jazz per molti anni, è nel suo Dna.
Quali appuntamenti la vedranno a breve sul palco?
Parteciperò con un concerto dedicato al mio repertorio, al progetto “Cinema è Cultura” che si svolgerà a Montesilvano, al Pala Dean Martin dal primo agosto al 10 settembre. La mia serata, il 20 agosto, prevede la proiezione di un film americano sulla vita di Scott Joplin diretto da Jeremy Kagan. A seguire il mio concerto con una mia breve ma adeguata presentazione. I concerti per i primi mesi del prossimo anno riguarderanno il nuovo progetto su Duke Ellington e il pianoforte. Li sto programmando in compagnia del musicologo Luca Bragalini. Pensiamo a uno spettacolo multimediale con testo, immagini e musica. La seconda metà del 2019 sarà, invece, dedicata al nuovo progetto discografico.
Potremmo concludere che Marco Fumo è un tipo che vola alto ma con i piedi per terra, visionario e lucido allo stesso tempo. Come la vede?
Ho sempre una visione reale della mia situazione, non mi perdo in voli pindarici. Sono ben consapevole delle mie possibilità, la mia autonomia, il mio campo d’azione, pregi e limiti. Sono un tipo volitivo ma anche pigro. A causa di questo ho perso tante occasioni. La pigrizia mentale è quella peggiore, finisci per adattarti alle situazioni, non hai la vivacità necessaria per smuovere le acque. Malgrado tutto quello che ho fatto e farò resto comunque un pigro. Mi assiste sempre l’incubo di non aver fatto quello che avrei potuto, ma ci convivo.
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