Galleria Margutta, cinquant’anni di bellezza

Leda Recchilongo, da Teramo a Pescara per diventare un riferimento: «Un lavoro da maschio dicevano, ho tenuto duro»
PESCARA. «Il bello mi è sempre piaciuto, mia madre ha educato me e i miei fratelli a vestire bene fin da piccoli e presentarci come si deve. Di cose belle ne ho vendute a tonnellate, solo cose importanti, ci ho speso tanto».
Leda Recchilongo, teramana di Campli, 85 anni portati con la dolcezza e l’autorevolezza che sempre l’hanno distinta. Una donna volitiva, coraggiosa e tenace nel tenersi stretto il suo status di gallerista d’arte e alto antiquariato negli anni anni Sessanta, quando ha cominciato seguendo la Bottega d’Arte aperta dal padre Antonio, venditore di quadri a Teramo, che a sua volta aveva ripreso il mestiere da suo padre Domenico, venditore di stampe a Roma, in via Margutta, appunto.
Dai primi anni Sessanta in via Fabrizi a Pescara Galleria Margutta, lo spazio espositivo da Leda diretto affiancata dal marito Giovanni Ciacio (camplese come lei ma di Villa Boceto, Leda di Villa Camera) è stato un punto di riferimento all’avanguardia nella vita culturale della città nel periodo d’oro a cavallo degli anni Settanta e per un buon quarantennio. Tra le mostre che ebbero più forte eco la prima collettiva internazionale con Picasso, personali di Grosz, Guttuso, Dova.
Quest’anno il repechage dei passati splendori per raccontare mezzo secolo di attività a Pescara, città mai come da quegli anni in avanti al centro del sistema dell’arte. “50 anni di Galleria Margutta” si legge a tutto tondo sulle vetrate della galleria: cinquant’anni dopo con lo sguardo teso a nuovi progetti, nuove collaborazioni, nuove proposte. Spicca l’idea di fare dei 240 metri quadri a disposizione uno spazio culturale multifunzionale, da sempre anelato dalla città, con l’assist di un team di professionisti. L’avvio del nuovo corso c’è già stato in dicembre con l’esclusiva retrospettiva-omaggio a Edolo Masci (da poco conclusa) curata da Piera Di Nicolantonio a completamento del tributo al maestro abruzzese nel primo decennale della scomparsa.
A tenere accesi i riflettori sulla storica galleria si annuncia una serie di collettive e personali da presentare nel corso dell’anno con la consulenza di Piera Di Nicolantonio e di Gino Di Paolo. Si riprende sabato prossimo, 23 febbraio, con una prima selezione da artisti visuali del repertorio anni Settanta (lavori di Cassinari, Dova, Attardi, Paolucci, Calabria, Ceccobelli, Saetti) accompagnata dalle canzoni di quegli anni, suonate dal vivo da Luca Mongia. «Un omaggio a Leda e alla sua energia che ancora oggi ci conforta», annuncia lo staff della galleria composto dalla nuova generazione di famiglia. Con l’animo di ricalcare il ritmo dell’apertura: una mostra al mese come nei favolosi anni Sessanta. Leda, anche da casa la mente della Margutta è lei.
Come ricorda quegli anni ruggenti?
«Appena aprimmo a Pescara la galleria diventò subito un punto di aggregazione culturale, in città non c’era altro. Iniziammo a vendere subito, dal giorno dell’inaugurazione. Ma passai il primo anno a piangere: qui davanti la strada era sfondata dai lavori per la rete fognaria e proprio di fronte si vendeva il carbone, tutt’intorno casette di pescatori e ortolani».
Come avvenne il passaggio da Teramo a Pescara?
«Fu tutto molto fortuito, un investimento voluto da mio padre, comprammo i locali sulla carta. “Compra tranquillo” gli dissero gli operai della Sip arrivati da Pescara per fare dei lavori in via Carducci a Teramo, dove avevamo la nostra botteghina di artigianato abruzzese con le ceramiche di Castelli e oggetti di ferro battuto. Mio padre si innamorò di Pescara e io, che lo seguivo sempre, mi trasferii appena sposata, pagammo venti milioni di lire per i locali in via Fabrizi».
Com’è stato fare la gallerista in quegli anni ?
«Non è stato facile. Mia nonna paterna non voleva che le donne della nostra famiglia lavorassero. Tutti i parenti altolocati di mio marito passavano sul marciapiede di fronte alla nostra Bottega, a Teramo, erano indignati che la moglie di Nino fosse una commerciante. Anche l’ambiente artistico era difficile, c’erano molti pregiudizi sulle donne che facevano un lavoro da maschio e io dovetti rivestirmi di carattere per difendere le mie scelte e far filare tutto come volevo».
Andava meglio il rapporto con gli artisti?
«Sempre rapporti scelti, con gli artisti e con la clientela che ho avuto. Negli anni sono nate tante amicizie (mostra la foto con Franz Borghese, sul retro “A Leda, una vera donna che lavora”, ndc), la frequentazione della galleria era costante, non ridotta al solo giorno dell’inaugurazione come accade oggi. Ci si incontrava sempre, si usciva, ci si muoveva per vedersi e chiacchierare, era sempre una festa, un mondo diverso, gli anni del benessere. E’ stato così finché c’è stata la lira, l’euro ha cambiato anche il mondo dell’arte. Ha creato insicurezza, paura di spendere».
Dova, Attardi, Ceccobelli, Levi, Cassinari, Migneco, Michele e Pietro Cascella, tanti artisti, critici, album pieni di fotografie insieme. Non pensa di esporre anche i pezzi più gelosamente custoditi?
«Nemmeno in via straordinaria. La casa di un gallerista deve essere un museo, anche dei pezzi non esposti. C’è chi vende tutto, io conservo, sono innamorata di tutto questo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

