Giallini: «Io e Rocco fuori dagli schemi Siamo molto simili»

L’attore torna nei panni del vicequestore Schiavone dai romanzi dello scrittore di origini abruzzesi Manzini
Marco Giallini e Rocco Schiavone: «Non faccio fatica ad interpretarlo è quasi una pausa tra un ciak e l’altro perché mi trovo bene nei suoi panni tanto siamo simili, ovviamente togliendo la parte del poliziotto o le amicizie discutibili. Poi Antonio Manzini è un autore di tale generosità e talento che non ho mai incontrato difficoltà».
L’attore romano di Trastevere, come il suo personaggio è pronto a indossare il loden e ad affrontare la neve di Aosta per calarsi nei panni del vicequestore più cinico e sarcastico della tv all’insegna del noir e del poliziesco. In prima visione su Rai2 questa sera e mercoledì 24 marzo alle ore 21.25 la serie Rocco Schiavone prodotta da Cross Productions con Beta e Rai Fiction giunta alla quarta stagione, tratta dai romanzi dello scrittore di salde origini abruzzesi (a Chieti) Antonio Manzini (editi in Italia da Sellerio Editore) e in queste puntate dai due ultimi romanzi gialli bestseller: i titoli “Rien ne va plus” e “Ah, l’amore, l’amore”.
Sradicato dall’amata Capitale e trasferito, ormai da tempo, ad Aosta per motivi disciplinari, Schiavone non si è mai ambientato nella città d’adozione. Continua a mal sopportarne il rigido clima e la neve che si ostina ad affrontare con i suoi loden e Clarks. Sempre tormentato, ma anche emotivamente redento, dal ricordo dell’amata moglie Marina (l’attrice Isabella ragonese) che immagina e rimpiange ogni giorno dalla sua tragica scomparsa. E poi quelle amicizie discutibili, quei vizi non propriamente legali e ortodossi, come i suoi metodi di indagine e il suo linguaggio sfrontato, senza limite di turpiloquio e d’intercalare colorito. «Ma Schiavone è sempre quello inventato da Manzini», aggiunge Giallini, «e io non vorrei assolutamente fosse diverso. Rocco è fuori dagli schemi ma», aggiunge l’attore, «ha un senso della giustizia e dell'etica tutto suo, non sempre coincidente con la legge. Ma è un uomo complesso, malinconico, che ci permette di riflettere su temi importanti». Insomma Rocco non è cambiato e lo ritroveremo alle prese con i suoi demoni interiori e con la medesima caparbietà da poliziotto rude e implacabile. Insieme ai suoi uomini sarà impegnato a far luce su due casi complessi. Il primo condurrà il vicequestore nelle pieghe buie del gioco d’azzardo e il secondo a far luce non solo su un caso frettolosamente etichettato come malasanità, ma anche su una parte di sé che ha per troppo tempo tenuto nascosta e protetta da tutti: quella dei sentimenti. Aggiunge Manzini: «Ad esempio non pensa mai al suicidio perché a suo avviso sarebbe come commettere un reato di omicidio in quanto ai danni di una persona depressa e fragile». Gli fa eco Giallini: «Bella questa me la appunto».
A chi chiede se nei prossimi libri affronterà il tema della pandemia lo scrittore replica: «No, e non intendo farlo, meglio dimenticare. Dicevano che saremmo diventati migliori.. chi quando dove». In merito alla collocazione sulla seconda rete aggiunge: «Per me Rocco Schiavone è sempre stato destinato a Rai2. È diversa dalle altre serie anche di genere, in assoluto ha una vita sua, sta bene dove sta, si distingue». Giallini, pensa che la sua romanità l’abbia aiutata a creare i suoi personaggi? «Ma a parte che vado fiero della mia romanità e che non ho fatto solo ruoli da romano. Poi dico: a un milanese la fareste questa domanda?». Ha esordito in piccolo ruolo a teatro anche con Foà, di lui che ricordi ha? «Lo ricordo che ero ragazzino abitavamo vicini chiedeva il basilico a mia madre, ma non immaginavo chi fosse. Poi abbiamo recitato insieme ma non mi rivolgeva la parola, avevo un ruolo minore. Un giorno è capitato che mi ha incontrato per caso e mi ha invitato a pranzo, in un ristorante cinese, anche lì scena muta leggeva il quotidiano, ma alla fine mi ha regalato un ritratto mio che mi ha aveva fatto mentre pranzavamo. Questo è tutto».
A suo parere perché tanto successo per le serie tv del genere investigativo? «Non lo so. Certo che Schiavone ha una sua cifra non si era mai visto un poliziotto che fuma come un dannato in tv, detto questo io da ragazzino guardavo gli sceneggiati da Maigret ma anche quelli italiani, piace il giallo, il crime, l'investigazione. Ma Antonio è tutta un’altra cosa ha del genio, non c’entra nulla la scorrettezza di Schiavone. È molto complesso, si presta a diverse letture, descrive bene il mondo di oggi, senza ideologie». Nei titoli di coda appare suo figlio. «Si ha lavorato nel backstage, lo aveva già fatto in un videoclip dei Tiromancino, gli piace la musica, il cinema, sta studiando e conosce ora più gente di me. Vedremo come andrà, dipende da lui». E in chiusura Giallini al termine si scusa per il ritardo: «Avevo dormito poco poi non avevo messo l’orario sul telefono, meglio: non ho sentito avevo i The Clash a palla».