«Gioco con Orlando e mi diverto ancora con la pubblicità»

L’attore da oggi a giovedì porta a Teramo l’Ariosto ed è in sala con il film di Ligabue: «Grande regista»
TERAMO. Ne è passato di tempo da quando un 23enne Stefano Accorsi, irresistibile faccia da schiaffi, abbordava in uno spot le nordiche bagnanti con un gelato e l’anglo-emiliano «Du gust is megl che uan». Da allora tanto cinema, teatro e televisione per il 47enne attore bolognese, sedotto una decina di anni fa dal poema epico-cavalleresco. Una lunga frequentazione teatrale che approda a Teramo per la stagione di prosa della Riccitelli. “Giocando con Orlando. Tracce, memorie, letture da Orlando Furioso di Ludovico Ariosto secondo Marco Baliani”, produzione Nuovo Teatro, va in scena al PalaSanNicolò oggi e domani alle ore 21 e giovedì alle 17.
Prima volta a Teramo?
Credo di sì. Sa, dopo un po’ che si gira l’Italia, diventa difficile ricordare tutte le città in cui si è stati con uno spettacolo.
In Abruzzo nel 2007 ha avuto il Flaiano per “Saturno contro” di Ozpetek. Tra tanti premi quale il più importante?
Ricordo bene la serata a Pescara. Ero seduto accanto a Dario Argento e dopo, a cena, con Stefania Sandrelli e Kabir Bedi. Una serata piacevolissima. Tutti i premi fanno piacere. Sono contento soprattutto per il David e il Nastro per il personaggio di Loris in “Veloce come il vento”, film basato su un lavoro molto accurato fatto col regista Matteo Rovere e l’attrice Matilda De Angelis. Il David è stato un'emozione forte, perché è veramente a sorpresa fino all’ultimo.
Com’è nato il progetto dell'Orlando?
Da una serata fatta al Louvre, con la lettura di brani dall’Orlando Furioso. Un’esperienza emozionante. Avevo immaginato un mondo e il pubblico l’aveva condiviso con me. Da lì l’idea di uno spettacolo dal poema di Ariosto. Ogni volta, col pubblico in sala, rivivo quella stessa emozione, soprattutto nella versione in monologo che porto a Teramo. Per Teramo era prevista la “Favola del principe che non sapeva amare”, da "Lo cunto de li cunti" di Basile. Ma sono le incognite del lavorare su un testo che non nasce per il teatro. Io e Marco Baliani abbiamo affrontato Basile con passione e attenzione, ma a un certo punto ci siamo resi conto di non essere pronti e abbiamo preferito rimandare il debutto e riprendere “Orlando” e “Decamerone”. A volte la preparazione di uno spettacolo richiede più tempo del previsto. Incerti del mestiere.
Com'è nato il progetto Grandi Italiani, su Boccaccio, Basile, Ariosto?
Portando in giro “Orlando” ci è venuta in mente la trilogia, nata da una felice sintonia con Baliani e Marco Balsamo, direttore di Nuovo Teatro. Non è facile intendersi così bene e piacere anche al pubblico. Il progetto gira l’Italia da 10 anni, abbiamo raccolto 220mila spettatori e il livello di gradimento è stato sempre alto. Nella prossima stagione porteremo l’intera trilogia.
Cosa le ha dato il confronto con questi tre giganti e la sfida di portarli in scena?
Il piacere dell’incontro con il testo e con il pubblico. Sfida? Non sono state scelte particolarmente coraggiose. Piuttosto direi necessarie. Sono tesori della nostra letteratura che, come tanti studenti, non avevo approfondito al liceo. Sono capolavori che parlano di noi, dell’essere umano. In questo sono fiero della mia italianità e della grande bellezza che abbiamo. Condividerla non può che farci bene. La lingua in versi, poi, ha a che fare col nostro dna.
È in sala il film “Made in Italy”. Com'è stato ritrovare Ligabue vent'anni dopo “Radiofreccia”?
L'ho trovato in grandissima forma. È una rock star, si racconta attraverso la musica, non avrebbe la necessità di raccontarsi anche col cinema. Invece lo fa con grande generosità. Ho trovato un grande regista, che sul set sa quello che vuole ma è anche pronto a stupirsi per le invenzioni dei suoi attori. Un set particolare, ho sentito il privilegio di lavorare ancora con lui.
Ha diretto dei cortometraggi, una serie web, ha ideato la serie tv “992”. A quando la regia di un lungometraggio?
Quando troverò una storia che mi chiamerà e che sentirò indispensabile portare sul grande schermo. Forse oggi è ancor più difficile che in passato fare un film che la gente abbia il desiderio di andare a vedere.
Il 14 febbraio esce “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino. Chi è Paolo, il suo personaggio?
Paolo, nella finzione fratello di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore, è il ribelle. All'interno di una famiglia strutturata è l’anima inquieta, quello un po’ artista. Un personaggio che cerca la vita, che non si adagia.
Con quali registi le piacerebbe lavorare?
Paolo Virzì e Matteo Garrone, autori di tanti bei film.
Se guarda indietro al ragazzo del Maxibon cosa prova per lui?
Molta simpatia. Sono felice di aver fatto quella pubblicità, mi fece conoscere al grande pubblico. All’epoca facevo già teatro e mi chiesi se fosse opportuno fare uno spot. Mi divertii molto. La storia era fresca e a dirigerla c’era un regista come Daniele Luchetti. È stato l'inizio di un percorso. Anche oggi mi diverto a fare la pubblicità, trovo sia un mezzo di comunicazione importante, non capisco chi la snobba.

