Gioia e l’amore che oggi va detto

Ecco il capitolo “La generazione”: «Il futuro è fatto di vite ed è fatto di storia»
Pubblichiamo di seguito stralci della parte prima di “Incontri all’angolo di un mattino”:
di LIA MIGALE
La Generazione.
Sì, ho ritrovato la lettera. Anzi devo dire che l’ho semplicemente trovata, non la stavo cercando. Non ricordavo di averla, forse non ricordavo nemmeno di averla mai ricevuta. L’ho trovata in mezzo a vecchi quaderni nella casa che era stata dei miei genitori. Era una breve lettera scritta su di un foglio di carta velina, vergata a mano dalla mia amica Gioia. Era stata scritta nel 1968, era marzo. Poche parole dettate dall’urgenza, quella di dire in fretta perché da oggi in poi il tempo correrà più velocemente e bisogna dire quello che accade e l’amore che ci lega. Bisogna sempre dire del legame che ci permette di correre. Ho letto quelle righe e l’ho rivista: bella come era bella ai suoi 18 anni. Bella come è stata perfino nella sua morte. Ma ho rivisto anche me e Annetta e Rossella e Bianca e Wanda e Clara e Silvio e Marco e Carlo e Vittorio e. E tutta la mia città e la mia famiglia.
Ma non è stato semplicemente un salto all’indietro, è stato di più. Ho visto il senso. Della mia vita. Di tutto il tempo trascorso - come se il tempo potesse mai andarsene via. Come se mai il tempo potesse essere altro dall’esperienza. Eppure il tempo era andato via, correndo nella direzione della sua freccia, senza lasciare la speranza di un qualsiasi ritorno. Il tempo impiegato a vivere era ormai diventato storia. Ed io, mi rendevo conto, ero stata testimone di una storia piena di gente, intensa di relazioni, feroce di abbandoni.
E’ la storia dell'ultimo mezzo secolo del millennio passato. Una storia che era cominciata subito dopo una guerra mondiale, un olocausto, due bombe atomiche. Una storia che era cominciata con la parola d'ordine “mai più guerre”. Noi, noi bambini del dopoguerra, saremmo stati la generazione della pace. Avremmo dovuto essere diversi da tutti quelli che ci avevano preceduto, perché avremmo dovuto cedere il mito della forza, e avremmo dovuto essere diversi da quelli che ci avrebbero seguito perché noi eravamo un ponte. Incredibile ma vero, noi abbiamo eseguito il compito.
Così come quando a scuola ci facevano fare il tema sull’Europa, lo scrivevamo, anche se non capivamo, perché in fondo nessuno ci aveva mai detto granché su quest’idea o ideale, quale ancora era allora. Ma era un compito. Che noi dovevamo comunque realizzare. E chissà, forse è proprio perché non capivamo che poi non siamo stati abbastanza attenti a come farla questa nostra nuova patria Europa. Non sapevamo perché per gli altri, per gli adulti, era faticoso ricominciare a vivere e comprendere nello stesso tempo. Solo a sprazzi ci giungevano voci del mondo adulto. Il racconto di una fuga dalla prigionia, il ricordo dei ragazzi tedeschi che entravano nelle case, il vestito da balilla e da giovane italiana della mamma, la fatica di farcela con i pochi soldi dello stipendio, le liti familiari, l'acquisto della prima automobile, l'odore dello zucchero filato nelle feste e delle castagne abbrustolite nell'inverno. Siamo arrivati ai diciotto anni così, un po' ignoranti e un po' miti di noi stessi. Perché noi dovevamo essere. Siamo stati i primi universitari di massa. Abbiamo fatto un sacco di rivoluzioni: della musica, dei fiori, del '68, del femminismo. Le abbiamo fatte perché dovevamo farle. Perché da noi dipendeva il futuro. Ma il futuro è fatto di vite ed è fatto di storia. Per la storia si sacrifica la vita. Questo è il motivo che mi porta a raccontare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di LIA MIGALE
La Generazione.
Sì, ho ritrovato la lettera. Anzi devo dire che l’ho semplicemente trovata, non la stavo cercando. Non ricordavo di averla, forse non ricordavo nemmeno di averla mai ricevuta. L’ho trovata in mezzo a vecchi quaderni nella casa che era stata dei miei genitori. Era una breve lettera scritta su di un foglio di carta velina, vergata a mano dalla mia amica Gioia. Era stata scritta nel 1968, era marzo. Poche parole dettate dall’urgenza, quella di dire in fretta perché da oggi in poi il tempo correrà più velocemente e bisogna dire quello che accade e l’amore che ci lega. Bisogna sempre dire del legame che ci permette di correre. Ho letto quelle righe e l’ho rivista: bella come era bella ai suoi 18 anni. Bella come è stata perfino nella sua morte. Ma ho rivisto anche me e Annetta e Rossella e Bianca e Wanda e Clara e Silvio e Marco e Carlo e Vittorio e. E tutta la mia città e la mia famiglia.
Ma non è stato semplicemente un salto all’indietro, è stato di più. Ho visto il senso. Della mia vita. Di tutto il tempo trascorso - come se il tempo potesse mai andarsene via. Come se mai il tempo potesse essere altro dall’esperienza. Eppure il tempo era andato via, correndo nella direzione della sua freccia, senza lasciare la speranza di un qualsiasi ritorno. Il tempo impiegato a vivere era ormai diventato storia. Ed io, mi rendevo conto, ero stata testimone di una storia piena di gente, intensa di relazioni, feroce di abbandoni.
E’ la storia dell'ultimo mezzo secolo del millennio passato. Una storia che era cominciata subito dopo una guerra mondiale, un olocausto, due bombe atomiche. Una storia che era cominciata con la parola d'ordine “mai più guerre”. Noi, noi bambini del dopoguerra, saremmo stati la generazione della pace. Avremmo dovuto essere diversi da tutti quelli che ci avevano preceduto, perché avremmo dovuto cedere il mito della forza, e avremmo dovuto essere diversi da quelli che ci avrebbero seguito perché noi eravamo un ponte. Incredibile ma vero, noi abbiamo eseguito il compito.
Così come quando a scuola ci facevano fare il tema sull’Europa, lo scrivevamo, anche se non capivamo, perché in fondo nessuno ci aveva mai detto granché su quest’idea o ideale, quale ancora era allora. Ma era un compito. Che noi dovevamo comunque realizzare. E chissà, forse è proprio perché non capivamo che poi non siamo stati abbastanza attenti a come farla questa nostra nuova patria Europa. Non sapevamo perché per gli altri, per gli adulti, era faticoso ricominciare a vivere e comprendere nello stesso tempo. Solo a sprazzi ci giungevano voci del mondo adulto. Il racconto di una fuga dalla prigionia, il ricordo dei ragazzi tedeschi che entravano nelle case, il vestito da balilla e da giovane italiana della mamma, la fatica di farcela con i pochi soldi dello stipendio, le liti familiari, l'acquisto della prima automobile, l'odore dello zucchero filato nelle feste e delle castagne abbrustolite nell'inverno. Siamo arrivati ai diciotto anni così, un po' ignoranti e un po' miti di noi stessi. Perché noi dovevamo essere. Siamo stati i primi universitari di massa. Abbiamo fatto un sacco di rivoluzioni: della musica, dei fiori, del '68, del femminismo. Le abbiamo fatte perché dovevamo farle. Perché da noi dipendeva il futuro. Ma il futuro è fatto di vite ed è fatto di storia. Per la storia si sacrifica la vita. Questo è il motivo che mi porta a raccontare.
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