Giuttari: confesso che ho indagato e senza fare errori

11 Febbraio 2015

L’ex poliziotto delle indagini sul Mostro di Firenze racconta la sua vita in un libro autobiografico

di Giuliano Di Tanna

«Il treno rallenta e dal finestrino cerco di distinguere la scritta. Invano. Il cartellone di ferro è arrugginito e bruciato dal sole. Scendo, augurandomi di non sbagliare. No, è proprio Oristano, la mia prima sede di servizio, da poco capoluogo di provincia. Guardo l’orologio. Sono quasi le tre del pomeriggio di domenica 6 agosto 1978, una giornata afosa, che toglie il respiro». Comincia come un noir ma è vita vera. E’ la vita di Michele Giuttari, il poliziotto che scoprì gli amici di merenda e diede una svolta alle indagini sul Mostro di Firenze. Messinese, 64 anni, Giutttari, che da tempo si dedica alla scrittura, ha deciso di affrontare il caso dei casi: la sua vita. E ne ha fatto un’autobiografia che si intitola “Confesso che ho indagato” (Rizzoli, 368 pagine, 18 euro) ed esce, domani, in tutte le librerie. Ne parla in questa intervista.

Perché un'autobiografia?

Dopo oltre 30 anni di indagini su casi molto importanti, verificatisi nel nostro Paese e vissuti in prima persona da investigatore, ho ritenuto utile raccontarli evidenziando tra l'altro come si forma professionalmente un vero investigatore.

La scrittura cos'ha in comune (e di diverso) rispetto all'attività investigativa?

L'attività investigativa vera è caratterizzata da tecnicismi indicati soprattutto dal codice di procedura penale che prevede tassativamente gli strumenti da utilizzare da parte degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, mentre nei romanzi polizieschi essa è più libera e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Di comune, per quanto riguarda i miei romanzi, c'é il metodo investigativo seguito dal protagonista, Michele Ferrara, che è quello reale.

Il suo nome è legato soprattutto all'inchiesta sul cosiddetto Mostro di Firenze. Quell'inchiesta che cosa ha rappresentato nella storia italiana delle indagini criminali?

Leggendo la mia autobiografia si capisce che ho condotto tante altre indagini importanti e di difficilissima soluzione, come quella sulle stragi di mafia del 1993 a Firenze, Roma e Milano quando ricoprivo l'incarico di responsabile del settore giudiziario del Centro operativo Dia di Firenze. La storia del "Mostro", più correttamente dei "Mostri", ha rappresentato sicuramente una delle vicende italiane più tragiche dal dopoguerra a oggi. E questo non lo affermo solo io, ma anche i presidenti di Corte d'assise di Firenze che hanno avuto modo di interessarsi ai processi. Precisi riferimenti sul punto sono illustrati nel libro.

Pacciani era il Mostro di Firenze?

No! Lui non era stato l'unico serial killer che aveva eseguito tutti i delitti dal 1974 al 1985, come era stato giudicato nella sentenza di condanna di primo grado del primo novembre 1994. Dalle indagini successive, da me curate come capo della mobile, è emerso un suo coinvolgimento nell'esecuzione di alcuni di quei duplici omicidi in concorso con Mario Vanni e Giancarlo Lotti; questi ultimi due condannati definitivamente con sentenza della Cassazione del 26 settembre 2000. In appello Pacciani fu assolto, ma successivamente la Cassazione il 12 dicembre 1996 annullò l'assoluzione disponendo un nuovo processo di appello, fissato a ottobre 1998, a cui purtroppo non fu possibile dar corso perché nelle more Pacciani nel febbraio di quell'anno morì in circostanze quanto mai sospette. Particolarmente interessante da un punto di vista investigativo era apparsa l'enorme ingiustificata disponibilità finanziaria ed economica di Pacciani proprio negli anni dei delitti, messa in evidenza dai giudici nella sentenza con cui hanno condannato di suoi complici.

Ci sono errori commessi in quell'inchiesta che avrebbe voluto evitare?

Da parte mia, nessun errore. Ho dato tutto me stesso con tutta la professionalità ed esperienza maturata negli anni.

La tecnologia influenza solo in maniera positiva le indagini criminali, oppure può portare a errori che con i " vecchi metodi" si potevano evitare?

La tecnologia, e specialmente i grandi passi in avanti fatti dalla Scienza negli ultimi anni, può fornire rilevanti contributi per la soluzione dei casi. A mio giudizio però le indagini devono prendere le mosse dall' investigazione classica con l'investigatore che deve rappresentare il vero centro motore dell'inchiesta, rispettando i tempi fisiologici di ogni atto. La scienza così potrà dare conferme ai risultati conseguiti con i metodi tradizionali, ma difficilmente potrà portare solo essa alla soluzione del caso. In buona sostanza, Scienza e indagini tradizionali (“vecchi metodi”) devono sapersi coniugare.

Qual è, secondo lei, la storia di cronaca criminale italiana più "affascinante" dal punto di vista anche letterario?

Sicuramente quella dei "Mostri", unico caso al mondo sia per la particolarità delle feroci esecuzioni sia per i risultati ottenuti anche con tante difficoltà che la colloca in un ambiente di pervertiti che hanno agito in un gruppo e non già in maniera solitaria.

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