Glauco Della Sciucca, da Pescara ai Beatles

Il designer e autore abruzzese racconta i suoi progetti con il partner creativo Michael Lindsay-Hogg, regista dei Fab Four
Eclettico, artista contemporaneo fuori, artigiano dentro, abruzzese «nonostante tutto». E’ un po' la sintesi, ad oggi, dell’esperienza intellettuale e professionale di Glauco Della Sciucca, scrittore, autore, illustratore per riviste prestigiose come il New Yorker, e designer di fama internazionale nato negli anni ‘70 ad Atri, cresciuto a Pescara, poi dieci anni a Roma infine Londra come quartier generale, e in continuo movimento tra Londra, New York e l'Italia. Un «pensatore contemporaneo prestato alle arti» dice di sé al Centro. Che lo ha intercettato in uno dei suoi veloci passaggi a Pescara alla vigilia, confida lui, di importanti sviluppi delle sue attività creative. Un nuovo «importante» film sul quale vige il top secret (super cast, girato a Milano e Londra). Il lancio mondiale del suo film opera prima, “Humanism!”, commedia d’essai in bianco e nero con cast internazionale (Saverio Raimondo, Huw Parmenter da "Vikings", Beth Lockhart, Enrica Guidi, Ezio Budini). L'impegno etico nella società da lui ideata, Hoffman Barney & Foscari Ltd (HBF), marchio multidivisionale londinese co-fondato con, tra gli altri, Sir Michael Lindsay-Hogg (storico regista dei Beatles per “Let it be” nel 1970, degli Stones per il Rock and Roll Circus nel 1968) anche a sostegno della campagna Meat Free Monday (MFM), una charity lanciata da Paul McCartney che ha inserito HBF nel gotha dei supporter di MFM insieme a marchi come Abbey Road Studios: una collaborazione nata per sensibilizzare sulla difesa dell’ambiente.
Della Sciucca, HBF si è imposto da subito come brand dalla grande forza visionaria e iconica nei molteplici campi d'azione. Il 2019 sarà l’anno della sua consacrazione?
Ci consacriamo ogni anni vivendo, suppongo. Ma in HBF è l'impegno etico che mi preme prima di ogni altro aspetto creativo e industriale.
Cinquant’anni dopo - annuncio mondiale del 30 gennaio scorso - “The Beatles' Let it be”, il film di Michael Lindsay-Hogg con i Fab Four nel leggendario concerto sul tetto degli studi della Apple, sarà restaurato. Lo storico regista dei Beatles è oggi suo amico e partner di HBF: un cerchio che si chiude in modo perfetto.
In qualche modo sì, Michael ha fondato HBF insieme a me e altri cari amici e colleghi. Rappresenta la nostra punta di diamante e fonte di ispirazione permanente. Con il restauro di “Let it be”, semmai ve ne fosse , lui tornerà ancora una volta sotto i riflettori. Detto questo, una nuova sua versione del film, ricavata dal montaggio di una selezione di immagini tratte dalle 55 ore inedite girate nel gennaio 1969, verrà montata dal regista Peter Jackson. Ma la pellicola storica porta la firma di Michael, un pioniere del video musicale: in tv ha lanciato praticamente tutti, dai Rolling Stones agli Who.
Come è riuscito a coinvolgerlo nella creazione della HBF?
Con Michael siamo stati partner artistici a Londra per una mostra d’arte molto seguita, “State of Minds”, i suoi dipinti e una selezione di miei disegni originali. Una mostra che a Londra partì praticamente in contemporanea con quella degli Stones, “Exhibitionism”, un periodo straordinario, pomeriggi interi nella galleria d'arte ad ascoltare musica elettronica inglese anni ‘50. Venivano amici incredibili e il dibattito stimolò l'ideazione di un marchio creativo, così siamo diventati amici. Normale chiedergli di partecipare alla genesi di Hoffman Barney & Foscari.
Il suo debutto nella sceneggiatura e regia cinematografica è passato per la porta principale, si può dire: nove mesi fa il lancio al Prince Charles Cinema di Londra del suo primo film, “Humanism! A New Comedy”. Più di recente sul palco del Regent Street Cinema in compagnia dell’attore candidato all’Oscar, Willem Dafoe. Del suo prossimo film lascia trapelare che sarà un salto produttivo e creativo...
Il cinema è solo un’arte come altre, e come tale va trattata, seriamente, con disciplina, calma, umiltà. E’ lavoro di squadra, lavoro di cantiere, niente di più, niente di meno. Con Dafoe eravamo su quel palco per presentare ai londinesi “Padre”, lo splendido film di sua moglie, la regista (pescarese, ndr) Giada Colagrande. Nel cast lo stesso Dafoe, Giada, Franco Battiato, Marina Abramovic. Sono venuti a trovarci amici come Ralph Fiennes e insomma ci siamo divertiti. Sono tutte belle serate quelle in cui, in compagnia di persone molto semplici ma legate al filo della creatività, puoi divulgare arte pensata e prodotta con coscienza, senza fanatismi. Proprio come farebbe un semplice artigiano.
Quali i suoi prossimi obbiettivi?
Continuare a essere quello che fondamentalmente sono nonostante tutto quel che accade socialmente o culturalmente: un ragazzo nato ad Atri e cresciuto a Pescara, in piazza Duca degli Abruzzi. Il mondo è dentro di noi, e noi siamo prima di tutto memoria storica. Non esiste mondo che possa cambiare le nostre origini: tema caro a molti abruzzesi, come a tutti coloro i quali amano davvero questo splendido lembo di pianeta. O se vogliamo, l'intero Pianeta.
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