Hillary, ascesa e caduta di una candidata che l’America non ama

11 Novembre 2016

Gennaro Sangiuliano racconta la Clinton in un saggio «Con Bill alla Casa Bianca il vero presidente era lei»

di Giuliano Di Tanna

Si intitola semplicemente “Hillary” ed è un libro uscito da poco. L’autore è un giornalista, Gennaro Sangiuliano, 54 anni, napoletano, vice direttore del Tg1 della Rai. Il volume, che ha per sottotitolo “Vita e potere in una dynasty americana” (Mondadori, 303 pagine, 22 euro) è stato pubblicato, forse, quando si pensava che lei potesse diventare il 45esimo presidente degli Stati Uniti. Ma è una lettura interessante anche ora, all’indomani della sconfitta contro Trump che (forse) pone fine alle sue ambizioni politiche. Del passato e del futuro di Hillary Clinton parla l’autore del saggio, in questa intervista al . Centro.

Cominciamo da oggi anzi dall’altro ieri: si aspettava la sconfitta di Hillary Clinton?

Io pensavo che lei, alla fine, avrebbe vinto contro Trump, anche se avevo ipotizzato che non sarebbe stata una marcia trionfale come raccontavano, invece, quasi tutti i giornali e le televisioni occidentali. Il New York Times e altri 360 giornali hanno fatto l’endorsement della Clinton, compreso il Wall Street Journal, mentre solo nove lo hanno fatto per Trump.

Perché pensava che avrebbe vinto la Clinton?

Perché l’establishment era schierato con lei, mentre, per esempio, Trump, a differenza di quel che era successo con Bush, non poteva contare sull’appoggio importante del mondo delle chiese evangeliche. Invece, è scattato un sentimento di rivolta popolare che l’ha travolta.

Che cosa l’ha attratta nella personalità di Hillary Clinton tanto da dedicarle un libro?

Lei è stata una protagonista degli ultimi quarant’anni della politica americana. Anche se non è riuscita a diventare presidente è stata un presidente di fatto con Bill Clinton alla Casa Bianca. Se lei si fosse candidata nel 1992, al posto del marito, avrebbe stravinto le elezioni più di quanto non abbia fatto Bill Clinton. La vittoria del marito nel 1992 fu soprattutto la sua vittoria. Quando lei è arrivata all’appuntamento con la Storia era un personaggio logorato, consumato, dai tanti scandali - alcuni davvero gravi - dai quali si è salvata da un punto di vista giudiziario ma non dell’immagine e del giudizio della pubblica opinione. A quell’appuntamento è arrivata con il fardello di quarant’anni di potere.

Se paragonata a Bill Clinton, è lei, Hillary, il vero politico?

Be’ sì. Bill non sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti se non avesse incontrato Hillary. Accadde ai tempi dell’università. Lui non riusciva ad andare avanti con gli esami e fu lei a rimetterlo in pista. Nel 1980, Bill non fu rieletto governatore dell’Arkansas perché c’era stata una ventata reaganiana e aveva vinto un repubblicano. Lui cadde in depressione e voleva abbandonare la politica per dedicarsi soprattutto a suonare il sassofono, una sua passione. Ebbene, fu lei, di nuovo, a fare un lavoro psicologico sul marito per rimetterlo in sesto e costruire così le condizioni per una rivincita.

Qual è stato il suo ruolo negli otto anni della presidenza Clinton?

Lei ha dato a Bill quella dose di cinismo che lui non aveva. Hillary fu l’ispiratrice di una svolta centrista soprattutto in economia. Perché quando si dice che la presidenza Clinton è stata un successo per l’economia si dimentica spesso di dire che questo avvenne perché Bill Clinton adottò una ricetta reaganiana. Quando parlo di cinismo faccio riferimento anche alla questione della pena di morte.

Cioè?

Nel 1992, Hillary spedì Bill ad assistere all’esecuzione di un condannato a morte, che tra l’altro era anche portatore di handicap, in una prigione dell’Arkansas. Lo fece proprio per ribadire, anche visivamente, che loro erano a favore della pena di morte.

Due sconfitte elettorali in otto anni vogliono dire che Hillary Clinton forse sarebbe brava a governare ma che non è portata per le campagne elettorali?

Sì, è possibile. Lei, in fondo, è una persona di apparato, una che fa consulenze. Ma non ha empatia con la gente. Infatti, non è stata votata dalle donne. Nel libro, per esempio, ricordo la cosiddetta guerra dei biscotti.

Che cos’è?

La guerra dei biscotti è quella con cui si alienò la simpatia delle donne americane. Fu quando, in una dichiarazione pubblica, disse: “Mica sono una casalinga che si mette a fare i biscotti”. Insomma, lei è l’espressione detestabile dell’establishment dell’élites legate al mondo della finanza, delle grandi banche d’affari.

Che cosa ne sarà adesso di lei?

Nel suo futuro ci saranno soprattutto conferenze strapagate. Già adesso, la sua segreteria gira con una sorta di vademecum che spiega come fare per incontrare la Clinton.

E cosa bisogna fare?

Ci vogliono 250mila dollari a conferenza. Bisogna pagare un aereo privato, farsi carico dei biglietti aerei di prima classe e delle spese per un albergo di lusso per sei persone. Insomma, la sua vita consisterà nel continuare a fare soldi. Prima che si candidasse, negli ultimi tre anni, aveva guadagnato 21 milioni di dollari. Continuerà così.

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