Hugh Jackman e Casey Affleck padri tra fragilità e insuccessi

8 Settembre 2022

Sul red carpet anche Salvini, ma il delirio del pubblico è tutto per i due attori superstar Premio Bianchi a Sandrelli: «Finché avrò una parte anche piccola, non sarò “ex-attrice”»

VENEZIA. Storie di padri in soggezione, accoglienti, forse inadeguati, vulnerabili, così buoni da confondere i figli, storie di aspettative e di disagio, di fallimenti e redenzioni e storie di madri che rifiutano la maternità fino alle estreme conseguenze e di adolescenti la cui salute mentale è a dura prova di questi tempi. Storie di famiglie intrappolate nel troppo amore. Il red carpet si infiamma per Hugh Jackman, protagonista con Laura Dern e Vanessa Kirby del commovente The son di Florian Zeller (in concorso) e poi per Casey Affleck del dramma Dreamin' wild di Bill Pohlad (fuori concorso), star della ottava giornata di Venezia 79.
Anche Matteo Salvini, in smoking nero, fa il tappeto rosso come fidanzato di Francesca Verdini, produttrice del documentario di Anselma Dell'Olio Franco Zeffirelli, conformista ribellè.
I temi forti risaltano anche in Saint Omer di Alice Diop, unica opera prima in concorso, basata su una storia vera di infanticidio che ti inchioda alla poltrona e diventa bandiera della complessità dell'universo femminile delle donne immigrate. La senegalese (Guslagie Malanda) accusata di aver ucciso la figlia di 15 mesi abbandonandola nel mare del Nord non suscita compassione ma non è univoca, è inaspettatamente colta e questo turba.
È anche il giorno di Stefania Sandrelli premio Bianchi e protagonista alle Giornate degli autori di Acqua e anice, opera prima di Corrado Ceron. «È un premio per l'anzianità di servizio, ho dato tanto al cinema», dice, «ma non ho chiuso, non sarò una ex attrice fin tanto che farò anche una parte piccolissima». E di Edoardo Pesce che con l'esordiente Yothin Clavenzani ha portato a Orizzonti Notte fantasma di Fulvio Risuleo.
Sul red carpet nel pomeriggio sventola la bandiera ucraina: la porta il regista Evgeny Afineevsky per il documentario fuori concorso Freedom on fire: Ukraine’s fight for freedom, impressionante raccolta di testimonianze di crudeltà e gravissime violazioni dei diritti umani nel teatro della guerra. «Dopo l'Ucraina, toccherà a un altro paese. Questo secolo ci ha portato un dittatore e se oggi non mostriamo al mondo quello che succede, commettiamo un crimine», ha detto.
The son è un pugno nello stomaco sul disagio giovanile, sull’inadeguatezza degli adolescenti e dei genitori, a loro volta vulnerabili, impotenti. «In questo film come nella vita sono un padre fragile. Il regista ci ha chiesto proprio questo: la vulnerabilità. Comunque», dice l'attore australiano 53enne, «questo film mi ha cambiato come attore e come padre dei miei figli di 17 e 22 anni». La storia è tratta da un testo teatrale: il diciassettenne Nicholas (Zen McGrath) non riesce a elaborare il divorzio dei genitori, non può più vivere con sua madre Kate (Laura Dern), è in crisi esistenziale ed è felice solo quando si rifugia nei ricordi da bambino. Si trasferisce dal padre Peter (Hugh Jackman), diventato da poco papà con la nuova compagna Beth (Vanessa Kirby). Peter prova a occuparsi di Nicholas, ma la distanza tra lui e il ragazzo è difficile da colmare. «C'è una battuta importante nel film: “non sempre l'amore basta”», conclude Jackson.
Anche in Dreamin' wild c'è un figlio, un padre, una famiglia che si ama. Il film di Bill Pohlad sulla vera storia del duo strumentale e vocale Donnie e Joe Emerson, fuori concorso, è una «sinfonia sull'adolescenza», un commovente dramma sulla famiglia, le passioni, il successo e l'insuccesso, le aspettative dei genitori e i sensi di colpa per non essere all'altezza. «Ho sperimentato la mia parte di fallimenti. Speranze infrante e sogni crollati. Sono stato in tanti film che sembravano successi e poi non è stato così. Queste mie esperienze mi sono servite per Dreamin' wild», dice Casey Affleck, fratello di Ben, ma soprattutto attore intenso, premio Oscar per Manchester by the sea nel 2017. Girato nei luoghi veri della vicenda, fa emergere una storia incredibile, scovata dal New York Times dieci anni fa in una fattoria sperduta a Fruitland, 791 abitanti nello stato di Washington. Quando era adolescente, alla fine degli anni '70, Donnie Emerson suonava, scriveva e cantava, aveva il dono della musica. Il fratello Joe lo accompagnava: il padre costruì nel bosco una capanna per farne uno studio musicale. Aveva una enorme fiducia nel talento di Donnie. I due ragazzini incisero e auto produssero un disco, un insuccesso, ma il padre continuò a sostenerli. Per l’“investimento” perse tutto, anche la fattoria. Ma per uno strano motivo quell'album divenne trent’anni dopo un successo sul web, un vero disco di culto.
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