I 90 anni di Godard, maestro della Nouvelle Vague

30 Novembre 2020

Uno dei più importanti registi del cinema francese e mondiale, inventò con i suoi film un nuovo linguaggio

ROMA. «La fotografia è verità, e il cinema è verità ventiquattro volte al secondo». Parola di Jean-Luc Godard, 90 anni il 3 dicembre, uno degli esponenti più importanti della Nouvelle Vague, nonchè uno dei registi più significativi del cinema francese e internazionale. Una carriera contraddistinta dalle grandi innovazioni apportate al mezzo cinematografico. Leone d’oro nel 1984, ha ricevuto nel 2011 l’Oscar onorario.
L’esordio di Godard nel lungometraggio avviene nel 1959 con “Fino all’ultimo respiro” con Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg e Jean-Pierre Melville, film manifesto della Nouvelle Vague. La pellicola, girata in sole quattro settimane con budget limitato e il ricorso all’utilizzo della cinepresa a mano, ottiene il premio Jean Vigo e dà inizio al primo periodo della filmografia godardiana: già sono presenti quelle «trasgressioni« ai modelli narrativi tradizionali: montaggio sconnesso, attori che si rivolgono direttamente al pubblico, sguardi in macchina. Il suo secondo successo, “Questa è la mia vita” (1962) con Anna Karina, vince il Premio Pasinetti e il Premio Speciale della Giuria al Festival di Venezia. Nel 1963, il produttore italiano Carlo Ponti, gli chiede di adattare il romanzo di Alberto Moravia «Il disprezzo«: nel cast Brigitte Bardot e Michel Piccoli, con Fritz Lang nella parte di se stesso. Diventa uno dei più grandi successi di Godard.
Dal 1960 al 1967 Godard realizza ben ventidue film. Rivolge la propria attenzione ai contenuti erotici dell’immagine contemporanea: manifesti, pubblicità, fumetti, riviste patinate. In quest’ottica nascono film come “Agente Lemmy Caution: missione Alphaville”, “Il bandito delle 11”, “Due o tre cose che so di lei” e quello da molti considerata una delle più alte espressioni della Nouvelle Vague, “Bande à part”.
Dopo aver esaminato la possibilità di mettere in pratica un cinema realmente rivoluzionario, Godard fonda nel 1969 con altri cineasti il Gruppo Dziga Vertov, sperimentando un cinema collettivo e rifiutando il ruolo di autore, nella convinzione che sottintenda un’ideologia autoritaria e gerarchica, ma poi, nel tentativo di recuperare la propria identità artistica e politica Godard rimane per diversi mesi chiuso in se stesso e solo nel 1972 realizza, insieme a Jean-Pierre Gorin, “Crepa padrone, tutto va bene”, un’indagine sullo stato degli intellettuali dopo il Sessantotto. Nel 1975 con “Numèro deux” Godard riparte mettendo in scena un irrequieto rapporto familiare, mescolando documentazione reale e fiction, la vita con la sua rappresentazione. Nasce un’attenzione più viva per le tematiche del privato, riprese con toni intimistici come in “Si salvi chi può (la vita)”.
Nel 1988 per Canal Plus, viene ideato il progetto “Histoire(s) du cinèma”, che durerà fino al 1997 e dalla cui esperienza nasceranno quattro volumi con tutti i materiali interpretativi e iconografici che verranno pubblicati nel 1998. Con il film Nouvelle Vague del 1990 e con Hèlas pour moi del 1993, Godard riesce a scrivere l’intera sceneggiatura senza usare una sua parola ma facendo dire ai personaggi frasi di altri per poter lasciare libero spazio alle immagini che, con la loro musica interna, creano una perfetta geometria. Nel film Germania nove zero, che si modella su Germania anno zero di Rossellini, Godard si diverte a giocare con le lingue (il francese e il tedesco).
«L’immediato è il caso. E nello stesso tempo è definitvo. Quello che voglio è il definitivo per caso«. La poetica di un maestro.