I Cappuccini: misteri, arte e storie teramane

7 Aprile 2015

La secolare storia della chiesa e del convento nel volume fresco di stampa di Carla Tarquini

di Anna Fusaro

TERAMO

Vista dall'esterno ha un aspetto spoglio, dimesso, stretta tra la rampa d'accesso al parcheggio di piazza Dante e il traffico congestionato dei pullman di viale Mazzini. Ma all'interno la chiesa dei Cappuccini di Teramo nasconde tesori, segreti e una vicenda secolare, al pari dell'attiguo convento coi suoi giardini e orti, oggi in desolante rovina.

La storia del grande complesso nel cuore della città viene raccontata nella bella pubblicazione di Carla Tarquini "La chiesa dei Cappuccini di Teramo tra storia e arte" (Giservice, pagine 99, €15), un volumetto documentatissimo, come prova il ricco apparato di note e richiami bibliografici, frutto di tre anni di lavoro. Lo studio, divulgativo e di piacevole lettura, è arricchito da immagini inedite scovate in archivi, biblioteche, collezioni private. Come la piantina disegnata nel 1824 dall'ingegnere Carlo Forti, che documenta l'esistenza di un portico a tre arcate sulla facciata della chiesa, testimoniata anche da una foto di Gianfrancesco Nardi.

O l'acquarello di Salvatore Di Giuseppe del 1887, in cui il portico non c'è più e ancora non ci sono la vicina villa Palma (1912) né sullo sfondo l'edificio del liceo classico (iniziato nel 1927). O ancora le fotografie degli anni Trenta che documentano la costruzione della scalinata esterna della chiesa e del muro di cinta del giardino del convento. Senza dimenticare le foto relative all'orfanotrofio femminile e alla scuola materna ed elementare "Regina Margherita", gestiti nel convento dalle suore della Congregazione della Carità dal 1879 al 1989. Asilo e scuola elementare frequentati dalle orfanelle e dagli esterni: generazioni di teramani oggi di mezza età e oltre, che ricordano ancora i nomi delle suore con la candida cornetta e il soggolo, la direttrice suor Agostina, e suor Editta, suor Chiara, suor Arcangela, suor Anna Lucia. Dopo la partenza delle suore della Carità la scuola materna passò alle Missionarie della Fede e dal 1994 alla scuola per l'infanzia "Gemma Marconi". Alle immagini storiche si affiancano le belle fotografie odierne di Vincenzo Ammazzalorso, valente autore teramano, che fa entrare il lettore nelle meraviglie della chiesa dei Cappuccini e nell'opposta realtà degradata del convento e degli orti, accompagnando il racconto.

Orti che, spiega l'autrice, si estendevano per oltre settemila metri quadri, comprendendo lo spazio oggi di piazza Dante.

Il libro, aperto da una colta e assai interessante prefazione dello storico Fausto Eugeni sulle trasformazioni dello spazio urbano in cui è inserita la chiesa, ricostruisce la storia del complesso chiesastico-conventuale, facendo ipotesi sull'epoca di edificazione, che lo storico Niccola Palma fece risalire al Trecento mentre Francesco Savini la collocò due secoli prima. Tarquini, portando a sintesi fonti sparse, riannoda inoltre le vicende degli ordini monastici succedutisi nella chiesa e nel convento, dai fondatori Benedettini (nome originario del tempio era San Benedetto degli eremiti), ai Gesuiti per un breve periodo, fino ai Cappuccini, giunti a Teramo dopo la Controriforma.

Le pagine riportano significativi stralci delle Relationes ad limina scritte nel Seicento dai vescovi di Teramo sulle condizioni di monasteri e conventi e della città stessa. Severi i due vescovi milanesi Giovan Battista Visconti e Girolamo Figini-Oddi, che descrisse così i teramani: «Se bene gl'habitatori sono d'ingegno perspicace, et atti all'esercizio d'ogn'arte, così meccanica come liberale, con tutto ciò (…)non impiegano in altro il loro talento che in discordie, inimicizie, e vendette: per lo che cessando l'arti e gli studi, ad altro non attendono, che a perseguitarsi l'un l'altro, et uccidersi; et in questa città di Teramo particolarmente non si permette ad alcuno l'uscir di notte senza gran pericolo, et alle volte di mezzo giorno si fa nelle piazze alle archibugiate, come se vi fosse guerra civile».

Riportati anche frammenti dell'accorata lettera del padre provinciale dei Cappuccini al direttore del demanio all'epoca della definitiva soppressione del convento nel 1863 dopo tre secoli di permanenza dei frati a Teramo. Qualche anno dopo la cacciata dei Cappuccini, nel convento fu trasferito l'orfanotrofio femminile di San Carlo insieme alle suore della Carità.

Nelle pagine del volumetto viene sottolineata l'importanza di opere, decorazioni e arredi della chiesa, realizzati da pittori, scultori, decoratori e intagliatori di cui Carla Tarquini ricostruisce identità e vicende artistiche. Spicca il grandioso altare ligneo del Settecento attribuito a fra Giovanni Palombieri (con qualche recente dubbio), arricchito da dipinti e un elaborato tabernacolo.

Un'opera che nasconde 42 reliquiari sotto quadri che scorrono e scomparti segreti azionati da meccanismi nascosti. Di pregio gli altari delle tre cappelle laterali ricavate dalla navata destra (la chiesa, oggi a navata unica, aveva in origine tre navate), e la Crocifissione dipinta nei primi del Seicento da Pietro Gaia, allievo di Palma il Giovane.

Inoltre, dalla descrizione di un dipinto contenuta in un documento consultato nell'Archivio di Stato di Teramo, Tarquini è risalita a Giamberardino Dèlfico come autore di un quadro di metà Ottocento rimasto anonimo. Anonima resta invece la grande tempera nell'ex refettorio del convento, molto deteriorata, raffigurante un banchetto. Di autore certo l'organo nella cantorìa, realizzato nel 1762 da Adriano Fedri, uno dei maggiori maestri organari del tempo. Dalla cappella dietro l'altare maggiore, coro del convento benedettino, anch'essa con pezzi artistici di pregio, si accedeva al giardino del convento attraverso una porticina oggi murata.

Gli ex scolari del “Regina Margherita”, che dalla porticina penetravano nella chiesa incorrendo nelle sfuriate delle suore, ricorderanno quel giardino curatissimo dalle religiose e oggi abbandonato: piante d'ulivo, fichi, mandorli, oleandri, roseti, pini, cedri, cipressi, e gli alberi del viale principale che formavano con le chiome intrecciate una fiabesca galleria. Così com'è in abbandono il convento, danneggiato vieppiù dal sisma del 2009. Un grande e antico complesso in rovina al centro della città, stesso destino di oblio dell'ex manicomio e del castello Della Monica. Strutture che meritano cittadinanza più di certe nuove opere, brutte inutili costose.

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