I compagni di Pietra Rosata, vecchie cortecce

28 Febbraio 2018

Ecco uno stralcio del primo capitolo: l’impiegato del ministero porta la notizia della vincita alla sezione

Pubblichiamo di seguito uno stralcio del primo capitolo del libro “I comunisti che vinsero la lotteria”.
di VLADIMIRO POLCHI
Doveva essere un messaggio facile da portare. Chiunque avrebbe voluto farlo. Ma i comunisti di Pietra Rosata erano vecchie cortecce scavate dalla vita, allergici alle buone notizie. Ilario Morale aveva assunto l’incarico con emozione.
La madre, con la quale era tornato ad abitare da quando si era separato da Laura, gli aveva messo in borsa panini, arance, acqua, thermos di caffè bollente. Quel venerdì mattina Ilario era salito sull’autobus alle nove in punto. Solo ventitré chilometri e un centinaio di curve separavano la città di Caprifoglio da quel suo satellite mezzo disabitato, appollaiato sulla montagna di Santa Marta. «Mamma, torno per pranzo, che ci faccio coi panini?» Povero Ilario! Quanto poco conosceva quel diffidente orso di Ninito e gli altri vecchi comunisti della sezione rivoluzionaria di Pietra Rosata. Eppure anche loro avevano giocato. Nessuno resiste a SuperBillion, il gioco d’azzardo più ricco al mondo, la fabbrica dei sogni che sforna milionari dal 1988. Per non perdersi i numeri estratti, bisogna stare incollati tre ore davanti alla diretta tv di Natale.
Tutti lo sanno e tutti lo fanno. Tutti, tranne i diecimila abitanti di Pietra Rosata, che la sera del 21 dicembre 2016 si erano dovuti accontentare di una partita a carte in famiglia, alla luce di candele che ognuno conservava nel cassetto della propria cucina. I pietresi convivevano infatti da anni con i black-out. Le interruzioni della corrente elettrica erano tanto frequenti che, quando passava troppo tempo tra l’una e l’altra, ci si preoccupava un po’. Anche quella sera Stella e le sue quattro figlie avevano allacciato abusivamente le macchine della loro lavan- deria alla rete pubblica dell’elettricità, provocando un sovraccarico energetico. Metà paese lo sapeva e lo tollerava: Stella doveva mandare avanti la famiglia da sola, sopravvivendo ai buffi, alle bollette inevase e agli usurai alla porta. L’altra metà del paese lo sospettava solamente e non lo tollerava, anzi, se ne avesse avuto certezza, avrebbe assediato la lavanderia di Stella costringendola alla chiusura definitiva.
Resta il fatto che quella sera nessuno a Pietra Rosata aveva potuto vedere in tv i bambini del collegio di Sant’Alfonso, al Teatro Regio, estrarre i numeri vincenti. Ma la notizia sarebbe presto arrivata: cari signori, come forse già saprete, avete vinto cinquantasei milioni al SuperBillion. Congratulazioni. Come pensate di riscuotere? Ilario Morale, impiegato modello dell’ufficio provinciale del ministero degli Affari Privati e delle Finanze Pubbliche di Caprifoglio, era pronto a partire. Nessuno avrebbe potuto intralciare la sua missione, la sua determinazione era massima. In verità, quel venerdì mattina, appena sveglio, Ilario ebbe dapprima un altro pensiero. Ricordò con amarezza il record negativo del giorno precedente: solo tre contatti. Da quando Laura lo aveva lasciato, si era imposto un esercizio quotidiano. Un supplizio necessario per combattere la sua indole riservata e la sua tendenza all’isolamento.
Ogni giorno contava le persone con le quali entrava in contatto. La regola era semplice: se andava oltre un semplice “buongiorno” o un “arrivederci”, poteva segnare un punto. Valeva tutto: discorsi sul tempo impazzito, commenti sui prezzi gonfiati, bestemmie sulle ruberie di governo. Anche solo una frase.
Poi c’era il bonus: se gli riusciva di infilare una battuta, facendo ridere il suo interlocutore, i punti raddoppiavano. Ma purtroppo era da tanto che Ilario non faceva più ridere. Va detto però che il record negativo del giorno precedente era dovuto a una serie di coincidenze sfortunate. Innanzitutto, sua madre. uella mattina la vecchia Guglielmina non era a casa: si era svegliata alle sei per mettersi in fila davanti all’uffi- cio postale di vicolo Misone, di fronte a piazza della Trinità. Voleva essere sempre la prima a ritirare la pensione.
E quel giorno arrivava l’attesissima tredicesima. «Mam- ma, non è come dal fornaio, che se arrivi tardi rischi di non trovare più il tuo pane preferito» aveva provato a spiegarle Ilario, inutilmente. «Lascia perdere, cuoricino mio. E se finiscono il denaro? Ricordi cosa è successo alla signora Patrizia? In posta era l’ultima della fila, così l’hanno rimandata a casa e ha dovuto aspettare una settimana per tornare a ritirare la pensione. Poveraccia...»
Ilario si era svegliato e aveva fatto colazione con il caffè, la spremuta d’arancia e il pane tostato, condito con olio d’oliva e salsa di pomodoro, che gli aveva lasciato Guglielmina sul tavolo, in sala da pranzo. Si era lavato, sbarbato, aveva pettinato all’indietro i capelli neri, che teneva lunghi più per incuria che per scelta. Poi si era piazzato di fronte al lungo specchio della camera da let- to: alto, mediamente slanciato, aveva ispezionato il pro- prio corpo stropicciato dalla notte e quel poco che restava della sua muscolatura, una volta armonica e definita. Neppure con la portinaia era riuscito a segnare un punto. Antonietta non era in guardiola ad ascoltare la radio come sempre, ma quella mattina aveva visto bene di mettersi a lavare le scale dell’ingresso B, sporche da almeno due settimane. E così Ilario non l’aveva incrociata uscendo di casa.
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