Il coraggio di Panahi e la rivoluzione di Chiara

10 Settembre 2022

Al Lido flash mob per il regista iraniano detenuto, in concorso con “Gli orsi non esistono”, Nicchiarelli svela la santa ribelle

Venezia 79, alla vigilia del Leone d’oro che la giuria presieduta da Julianne Moore assegnerà stasera durante la cerimonia di chiusura della Mostra del cinema che festeggia 90 anni, si inchina al coraggio di Jafar Panahi, il regista iraniano più volte condannato e ora di nuovo in carcere con una pesantissima condanna, 10 anni.
La sua sedia era evidentemente vuota alla premiere di “Gli orsi non esistono” (dal 6 ottobre nelle sale) e un flash mob cui hanno partecipato tra gli altri la Moore e il direttore Alberto Barbera, è stato un modo per far arrivare fino a Teheran la solidarietà. A un’altra coraggiosa, Santa Chiara, è dedicato il secondo film che ha caratterizzato l’ultima giornata del concorso, “Chiara”. Un cast italiano guidato dalla regista Susanna Nicchiarelli, per raccontare, quasi svelare, la testimonianza della fondatrice delle Clarisse, in una ricostruzione immersa nel Medioevo, tra i costumi da Oscar di Massimo Cantini Parrini e la musica sacra rilanciata con la gioia di un musical alla Jesus Christ Superstar. Oliver Stone ha portato in prima mondiale, fuori concorso, il documentario “Nuclear”, due anni di lavoro di inchiesta e interviste per rilanciare l’energia nucleare come unica uscita dalla crisi energetica e soprattutto arma di lotta al cambiamento climatico.
Chiara «una di noi», Chiara «ribelle», «femminista», Chiara che non sta un passo indietro a un uomo, che crede nella sorellanza, sfida i canoni con il suo esempio: povertà al posto di bei panni nobili, solidarietà e uguaglianza al posto di comfort zone. Descritta così, rivelata in un certo senso rispetto al giudizio comune, potrebbe essere una rivoluzionaria contemporanea. Susanna Nicchiarelli ha raccontato Nico, musa di Andy Warhol e cantante dei Velvet Underground, poi Eleanor Marx, la figlia erede ideologica del filosofo del Capitale riletta in chiave punk rock, ora con “Chiara” filma una terza figura femminile, potente, da riscoprire, togliere dai santini della patrona d’Italia e del cinema e farla vivere oggi, comprensibile a chi, come ai giovani protagonisti Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano, non dice nulla, al massimo di catechismo e parrocchia. È una Santa Chiara da affrancare a quella di Francesco, «la Chiesa l’ha sempre raccontata a lato, seguace di lui, ma i documenti ci dicono ben altro ed è giusto renderle giustizia: Chiara era una ribelle, una femminista, era carismatica, tutto quello che ha fatto e che è riuscita a fare, compresa una comunità di sole donne, quelle che poi saranno le clarisse con la regola benedettina, era qualcosa di rivoluzionario. Essere testimonianza del Vangelo al pari di un uomo, Francesco. Aveva 18 anni Chiara, figlia del conte Favarone di Assisi, quando ha lasciato tutto e si è messa in cammino, è incredibile la sua storia», racconta Nicchiarelli. Il film è dedicato a Chiara Frugoni, la grande medioevalista scomparsa quest’anno che ha fatto in tempo a vedere il film.
Naturalezza e contemporaneità sono state le chiavi per Mazzucco e Carpenzano, l’attrice dell’Amica Geniale e il 27enne di Immaturi la serie, di Lovely Boy e La Terra dell’abbastanza. «Portano avanti una rivoluzione, è quello che mi è piaciuto di questo progetto, io di Francesco sapevo poco», confessa Carpenzano. «Lei non voleva diventare santa, voleva spogliarsi degli averi per stare con la gente, resta quasi sorpresa dei miracoli e di quello che le succede intorno, aveva grande magnetismo e al tempo stesso era fragile, questo aspetto umano per me era la molla per interpretarla», spiega Mazzucco.
“Gli orsi non esistono” (No bears) è forse il film più duro, esplicito e per questo davvero coraggioso, di Panahi (subito Leone d’oro tra i rumors per la stampa), quello in cui, abbandonate allusioni e ironie, racconta di chi vive e di chi resta, chi passa il confine e chi sceglie, come lui, di restare ed essere testimonianza di dissidenza in Iran. Lo stesso Panahi è protagonista nel ruolo di se stesso: da un isolato paesino iraniano di confine dirige, da remoto, via zoom un suo film in Turchia (ed è quello che è davvero avvenuto).
È ospite di una comunità arcaica, sottomessa alle regole dei Guardiani della Rivoluzione: è accolto da una famiglia semplice ma presto si trova coinvolto in una vicenda medioevale, di coppie combinate, di giuramenti sul Corano: una foto da lui scattata sarebbe la prova dell’amore illegale tra due innamorati. Nel film che lui dirige a distanza invece c’è una coppia di attori che è in cerca di passaporti falsi. Nessun compromesso nel film di Panahi sul regime e si pensa a cosa accadrà ora dopo averlo visto: il regista, che già per una condanna non poteva uscire dal paese né girare cinema, lo ha realizzato poco prima che le sue parole a favore di un altro artista iraniano divenissero pretesto per una nuova scandalosa detenzione dal luglio scorso.