Il dolore normale della sconfitta da Omero a Willy

Come sopravvivere al lutto per l’eliminazione dell’Italia dai Mondiali di calcio in Russia
È strano come la sconfitta ci sorprenda sempre. Quasi che, di colpo, dimenticassimo di vivere in una civiltà che si fonda proprio sulla sconfitta e sulla sua elaborazione. Ogni volta è come se fosse la prima, come se un destino avverso, per quanto presagito, dovesse sempre, quasi per incanto, sbagliare la mira e mancare il bersaglio: noi. E’ anche per questo che l’eliminazione della Nazionale di calcio italiana dai Mondiali di Russia ci lascia in uno stato di stupefatta sorpresa, sebbene tutti, in cuor nostro, sospettassimo che la Svezia sarebbe stato un ostacolo insormontabile per le deboli forze degli Azzurri. Ma il lutto che avvertiamo da lunedì sera, dopo la partita di San Siro, è la condizione quasi costante della cultura che ci culla, quotidianamente, con le sue creazioni.
Omero e Willy il Coyote. Dalla grande letteratura ai fumetti, dalle canzoni ai film, l’Occidente si nutre del lutto e della perdita più che del trionfo, dell’estasi della vittoria. Fin dall’inizio. Fin dai poemi omerici, l’Iliade essendo la storia di una capitolazione più che di una conquista, e l’Odissea il racconto di un desiderio (quello del ritorno) di cui è continuamente procrastinato il soddisfacimento. Dagli esametri di Omero ai tre minuti dei cartoni animati della Warner Bros, quelli di Bugs Bunny e Willy il Coyote il passo è lungo, ma la filigrana del lutto innerva anche le fulminanti avventure di quei coloratissimi personaggi antropomorfi. I tentativi di Willy di catturare Beep Beep non sono altro che una catena inesauribile di sconfitte: cadute dai canyon, massi e bombe che fanno esplodere e spiattellano a terra un sempre sorpreso Willy.
La digestione di Freud. Il Novecento è forse il secolo in cui si è dispiegato a pieno questo senso della perdita. Iniziato con l’ecatombe dei 16 milioni di morti della prima guerra mondiale, si è concluso, passando per l’Olocausto, con la sconfitta delle ideologie che avevano avvelenato il suo corso. Agli albori di quel secolo, mentre la carneficina celebrava il suo esordio, Freud capì, fra altre cose, come la sopravvivenza psichica (in Occidente, ma non solo) dipendesse anche dalla capacità di digerire il dolore della perdita. Questo processo di digestione psicologica lo chiamò elaborazione del lutto.
Nel 1915, in un suo scritto intitolato Caducità, spiega che il lutto, per quanto doloroso sia, si risolve spontaneamente, quando avrà definitivamente rinunciato a ciò che ha perduto e la nostra libido sarà di nuovo libera di sostituire gli oggetti perduti con oggetti nuovi, dello stesso valore o ancora più preziosi. In altre parole, solo una perdita compensa una perdita, un dolore attenua quello diverso che lo precede.
Il pharmakon dei Greci. Una forma di compensazione del dolore è l’arte. Le tragedie dei Greci erano anche questo, un pharmakon, un veleno che cura. Gli orrori e i dolori rappresentati in scena da Eschilo, Sofocle ed Euripide servivano a scaricare, compensare, curare quelli della realtà, vissuti dagli spettatori in platea. La letteratura è (anche) questo: ci cura dai nostri incubi attraverso la rappresentazione di quelli di personaggi immaginari. La sconfitta è sempre presente nelle grandi storie che ci allevano fin dall’infanzia. Le fiabe sono il nostro primo pharmakon. Poi vengono i libri che leggiamo crescendo. La galleria dei personaggi della narrativa occidentale è fatta di ritratti di grandi sconfitti: dal Lord Jim di Conrad, che trascorre la vita a cercare di far dimenticare e dimenticare egli stesso un momento di codardia; al Don Chisciotte di Cervantes che passa da sconfitta a sconfitta, ignorando i consigli che Sancho Panza gli elargisce come un buon allenatore; al Leopold Bloom di Joyce la cui interminabile giornata nella Dublino del 1904 si conclude con il monologo di sua moglie Molly che confessa le sue infedeltà come in un lungo rosario laico di sconfitte.
L’aviatore di D’Annunzio. La traslazione, il trasferimento del lutto o del suo presentimento, lo troviamo anche in D’Annunzio. Nel Notturno, lo scrittore pescarese immagina la sua morte in quella dell’aviatore Muraglia e scrive, come in un esorcismo: «Il cadavere è ormai separato da me, è chiuso, è solo, è già della tomba. Tra poco sarà della chiesa. Domani sarà portato al cimitero, deposto nel deposito, in una stanza estranea, incognita. Tre volte lontano. Un prossimo giorno sarà sprofondato nella terra, calato nella fossa, sepolto. Quattro volte remoto».
Nella sua Storia naturale della distruzione, un saggio pubblicato nel 2001, lo scrittore tedesco W.G.Sebald fa i conti con la natura ambivalente del modo in cui il suo popolo affrontò il lutto della sconfitta nella seconda guerra mondiale: «Il dato di fatto della distruzione di quasi tutte le maggiori città tedesche e di numerose fra quelle di minor estensione si cristallizza nelle opere nate dopo il 1945, in un silenzio che lo scrittore impone a se stesso». Un altro esempio del meccanismo dell’elaborazione del lutto al lavoro.
Sono perdenti anche personaggi della letteratura cosiddetta minore, come il Philip Marlowe del romanzi polizieschi di Raymond Chandler. Tutte le soluzioni dei casi a cui arriva il detective privato americano sono altrettanti lutti psichici che si aggiungono a quelli reali giacché lasciano dietro di sé un mondo in cui la colpa permea uniformemente le vite dei carnefici e delle vittime.
Comici e perdenti. In questo universo della sconfitta la comicità non porta che un temporaneo, illusorio, sollievo. La natura del comico, infatti, è quasi consustanziale all’inadeguatezza, all’incapacità di affrontare la vita. Charlot è l’eroe comico perdente che riassume tutti gli altri. Ma anche i film della nostra Commedia all’italiana sono animati da perdenti. Dai goffi ladri dei Soliti ignoti al tragico epilogo del Sorpasso, il panorama della commedia è sempre offuscato dalle nuvole della perdita e del dolore.
I livelli di Barnes. Ma come, al di là delle pagine di un libro o delle immagini in movimento su uno schermo, affrontiamo oggi questo spauracchio della perdita. Julian Barnes analizza nel libro Livelli di vita, il processo dell'elaborazione del lutto dopo la morte della moglie Pat Kavanagh, avvenuta nel 2008. «Un tempo», raccontava lo scrittore inglese in un’intervista a Repubblica, quattro anni fa, «la religione forniva uno schema: andavi in chiesa, visitavi la tomba, vestivi di nero. Nella società europea contemporanea, dove la religione ha meno forza, non sappiamo più affrontare né la morte né il lutto. Non abbiamo sviluppato forme sociali per poterci confrontare adeguatamente con entrambi. Si moriva in casa, ora per lo più in ospedale, ed è come se fosse diventata un fallimento della medicina. Invece la morte è una parte fondamentale, intrinseca, della vita stessa. Non ci insegnano che cosa fare quando siamo colpiti dal dolore. Bisogna cavarsela da soli, alcuni lo fanno meglio di altri: i giovani più degli anziani, le donne più degli uomini».
La formula di Agassi. Lo sport, oggi, è lo spettacolo in cui in maniera meno mediata va in scena il duello fra vittoria e sconfitta, estasi e perdita. Ed è proprio il racconto di uno sportivo, il tennista Andre Agassi, che possiamo trovare l’apriti sesamo capace di aprire la porta del lutto che, l’altra sera, si è chiusa alle spalle dei calciatori della Nazionale (e alle nostre). In Open, la sua autobiografia, Agassi formula così l’incantesimo liberatorio per lui e (forse) per noi: «Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta».
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